Parco Archeologico di Selinunte

La città greca di Selinunte fu fondata intorno al 650 a.C. dai coloni di Megara Iblea, provenienti dalle coste della Sicilia Orientale, con lo scopo di espandere i domini verso occidente. Selinunte sorgeva nei pressi del fiume Selinon, dal nome della pianta che cresceva sulle sue sponde, simile a un prezzemolo selvatico, che appariva persino sulla <b>monete<b/> coniate dalla città. Selinunte era la più grandiosa città della Sicilia ellenica di Occidente, tanto da voler conquistare gli altri territori della Sicilia Occidentale, di competenza elima e cartaginese. La sua storia è difatti collegata alle contese contro Segesta, roccaforte elima e sua principale rivale.

Il triste epilogo di Selinunte avvenne intorno al 409 a.C., quando i cartaginesi di Annibale vennero in aiuto a Segesta con lo scopo di rinsaldare il proprio dominio in Occidente. Ne seguì la disfatta di Selinunte che fu espugnata, saccheggiata e distrutta con selvaggia ferocia. Annibale abbatté le fortificazioni, distrusse e depredò i templi. Successivamente, Ermocrate di Siracusa, che le aveva fornito aiuto, tentò la ricostruzione della città, ma non recuperò mai l’antico splendore. Nel 275 a.C. cadde nuovamente sotto il dominio cartaginese e poi fu definitivamente distrutta durante la prima guerra punica.

Il parco archeologico ha un’estensione di 270 ettari ed è diviso in tre zone: la collina orientale, l’acropoli e il santuario della Malophoros. Sulla collina orientale sorgono i templi E, F e G. Dalle metope ritrovate, oggi conservate al Museo Archeologico “A. Salinas” di Palermo, si ipotizza siano rispettivamente dedicati ad Era, Atena e Zeus. Il tempio E, l’unico in piedi della zona, è stato rialzato nel 1959 con un processo che si chiama anastilosi, cioè ricostruito con la ricomposizione dei pezzi orginari. Ha tutte le caratteristiche di un tempio classico della metà del V sec. a.C.:sul fregio portava delle metope di raffinata fattura in tufo e, in parte, in marmo. Una delle più importanti raffigurava la Hierogamia ovvero le nozze tra Era e Zeus. L’acropoli era la zona fortificata della città. Qui si intravedono brani di mura che appartengono ad epoche diverse, gli assi viari principali, l’agorà, abitazioni recanti anche mosaici fenicio-punici con immagini della dea Tanit. Nel recinto maggiore sorgono i templi C e D, un tempietto B e quello detto “delle piccole metope”. Nel recinto minore invece si scorgono i templi A e O, chiamati gemelli forse perché dedicati ai Dioscuri. L’area sacra più antica della città venne costruita a partire dal VII sec. a. C. ad ovest dove si pensa arrivarono i primi coloni e presenta le tracce di culti dedicati alle divinità ctonie.

I templi di età arcaica, oggi pressoché illeggibili, sono dedicati a Demetra Malophoros cioè “colei che porta i frutti” in quanto dea della fecondità, e probabilmente a Zeus Melichios, cioè “dolce come il miele”. Quest’ultimo venne assimilato in epoca cartaginese al culto fenicio-punico e venerato come il dio Baal-Hammon.

Parco Archeologico di Segesta

Il parco archeologico di Segesta è una delle testimonianze più interessanti della civiltà elima in Sicilia. Gli Elimi, secondo la leggenda, erano profughi in fuga da Troia guidati da Enea che, sbarcati in Sicilia, nel IX sec. a.C. fondarono una città di nome Aegesta. Secondo il mito, invece, la città di Segesta venne fondata da Aceste figlio della nobile troiana Egesta e del dio fluviale Crimiso. Le principali emergenze artistiche dell’area archeologica sono un tempio e un teatro greco, benché Segesta non sia stata mai abitata da popolazioni elleniche. Gli Elimi furono un popolo estremamente raffinato e per questo soggetto agli influssi dominanti della cultura greca siceliota, ma non in posizione subalterna. Mantennero rapporti con le civiltà limitrofe, ma cercando di avere sempre autonomia, che li portò a contrastare con i Greci, ad allearsi con i Cartaginesi e, successivamente, con Roma. Segesta ben presto divenne una potente città ed ebbe rapporti quasi sempre conflittuali con Selinunte, forse anche per le rispettive posizioni geografiche in competizione.

Fu per questa sua posizione politico-militare che ebbe rapporti quasi sempre amichevoli con i Cartaginesi. Intuendo però l’importanza della nascente potenza romana, passò nel 260 a.C. dalla parte dei Romani. Fu grazie a questa mossa politica, ed in nome delle comuni origini troiane, che i Romani la esentarono dal pagamento di tributi e le diedero, inoltre, una certa autonomia politica e di controllo territoriale denominandola Diceopoli, città giusta.

Il tempio, costruito intorno al 430-420 a.C. in un’area extra urbana della città, è uno dei monumenti più significativi della zona archeologica. E’ di stile dorico ma la sua struttura è diversa da quella di un tempio greco canonico in quanto privo di cella interna, di tetto e di scanalature alle colonne. Ne è conseguito un acceso dibattito tra gli studiosi, divisi tra chi sostiene che si tratti di un tempio greco non finito e chi invece crede sia un recinto sacro destinato ad un culto non greco. Non subì mai alcuna distruzione grave e resta uno dei rari templi dorici che non sono mai crollati.

Il teatro, situato in cima all’acropoli in una suggestiva posizione panoramica, secondo alcuni studiosi è databile alla metà del IV sec a.C., mentre per altri alla seconda metà del II sec. a.C.. Si tratta di un modello architettonico teatrale di passaggio dal tipo greco a quello romano. La cavea, infatti, è in parte scavata nella roccia, in parte costruita con un muro di contenimento. Doveva avere una monumentale scenografia divisa a più piani con ai lati dei parasceni obliqui dal forte effetto prospettico, tipici del periodo romano. È ancora utilizzato per rappresentazioni teatrali. Nell’acropoli sono facilmente riscontrabili l’agorà, scandita dalla stoà, e costruzioni risalenti all’ epoca medievale  come parte delle mura di cinta, il castello medievale annesso al teatro, due chiese di epoca normanna e una moschea.

Mothia

Mozia fu fondata dai Fenici all’estrema punta nord-occidentale della Sicilia, al centro della laguna dello Stagnone. In questo sito sono individuabili tutti i principali elementi degli stanziamenti fenici, in particolare la prossimità della costa ed i bassi fondali. Questi garantivano una buona difesa dal nemico ma anche un approdo sicuro per le navi. Il nome “Mozia” è stato infatti interpretato col significato di “approdo/porto”.

Mozia venne fondata alla fine del VIII sec. a.C. e grazie alla sua posizione strategica vicino l’Africa, sulla rotta commerciale per la Spagna, la Sardegna e l’Italia centrale, divenne una delle più floride colonie fenicie del Mediterraneo. Mozia sopravvisse fino al 397 a.C., anno in cui venne distrutta da Dionisio di Siracusa. I superstiti si trasferirono sulla costa siciliana fondando Lillibeo, oggi Marsala, ma l’isola non rimase mai del tutto disabitata. I reperti più significativi degli scavi di Mozia sono conservati nel Museo Archeologico creato da Giuseppe Whitaker, grande erudito inglese, che nei primi anni del Novecento, acquistò l’isola, oggi sede della Fondazione Whitaker, e condusse i primi scavi archeologici.

Nel museo è esposta la straordinaria statua del Giovane di Mozia. Si tratta di un giovane uomo a grandezza naturale, in posizione eretta con il ginocchio destro piegato a sostenere il peso del corpo e quel che resta della mano sinistra appoggiata al fianco. E’ databile inizio del V sec. a.C. e fu eseguita da uno scultore greco. E’ stata ritrovata nell’area industriale dell’isola, sotto un cumulo di detriti e frammenti architettonici forse ammassati qui per formare una barricata durante l’assedio dei siracusani del 397 a.C.. Prendendo a riferimento il Museo e procedendo in senso orario ci si imbatte nell’ abitato fenicio, in particolare nella Casa dei Mosaici, il cui pavimento è decorato a ciottoli bianchi e neri, raffiguranti animali in lotta. Proseguendo verso il litorale si incontrano reperti delle fortificazioni dell’isola che nel corso dei secoli hanno subito diversi rifacimenti. Si arriva così al Kothon, il grande bacino d’acqua posto nelle vicinanze della Porta Sud, che ha sempre interrogato gli archeologici sulla sua reale funzione. Si pensava che fosse un bacino di carenaggio delle navi ma la scoperta di un’ imponente area sacra ha fatto pensare ad una piscina cultuale, collegata ai riti che si svolgevano nelle vicinanze. Tornando verso il Museo una strada conduce al Tofet. Si tratta di un’area recintata utilizzata come santuario dove venivano deposti, dentro vasi, i resti di sacrifici umani ed animali. A Mozia non poteva mancare l’area produttiva dedicata alle attività artigianali, caratterizzata dalla presenza di fosse circolari scavate nella roccia dell’isola, destinate forse alla tintura e conciatura dei tessuti, e di forni per la produzione di ceramica.

L’ultima parte da scoprire è il Santuario di Cappiddazzu, un’area sacra dalla datazione controversa.

Marsala

Marsala, antica Lillibeo, è fra i centri più interessanti della Sicilia Occidentale, sorge su Capo Boeo e dista circa 80 miglia dalla Tunisia. Fu fondata dai Fenici nel IV sec. a.C., dopo la distruzione di Mozia ad opera di Dioniso I di Siracusa. Dopo la battaglia delle Egadi del 241 aC., venne presa dai Romani, che ne fecero una grande potenza commerciale e militare. Divenne fondamentale anche per gli Arabi, da cui deriva il nome odierno di Marsa Allah: il porto di Dio. Grazie agli inglesi, nel XVIII sec. si sviluppò l’industria del vino, perfezionata poi dalla famiglia Florio.

Qui sbarcarono i mille di Garibaldi giorno 11 maggio 1860.

Il centro storico è racchiuso nel tracciato murario cinquecentesco da una cinta bastionata quadrata. È attraversato da una croce di strade che collega le porte urbane alla piazza centrale, detta della Loggia. Essa è costruita secondo un modello rinascimentale ma ha un aspetto barocco a causa delle successive edificazioni sei – settecentesche. Si accede al centro da Porta Garibaldi, eretta nel 1685 per sostituire la precedente, detta Porta di Mare, “non degna di una città così bella come Marsala”, secondo il Marchese di Villabianca. La porta viene dedicata a Garibaldi dopo l’unità d’Italia, in memoria dell’ingresso in città dei mille guidati dal Generale nel 1860, avvenuto proprio da qui. Sopra l’arco si legge l’iscrizione in latino in cui si affida a Dio la custodia dell’entrata e dell’uscita dalla città. Svetta maestosa un’aquila coronata, simbolo della casata Asburgo di Spagna. Imboccando via Garibaldi si incontra il quartiere spagnolo, oggi sede del Municipio ma un tempo zona militare dove si ospitavano le truppe spagnole. Sull’arco di ingresso si ammira l’antico stemma della città, costituito da una scaletta tortuosa e il prospetto di un’antica chiesa della Madonna della Grotta. Il Museo degli Arazzi, poco più avanti, conserva 8 preziosi arazzi fiamminghi del Cinquecento donati alla Chiesa Madre da Lombardo, vescovo di Messina di origini marsalesi, che li aveva ricevuti da Filippo II re di Spagna. Si raggiunge la piazza della Loggia dominata dalla Chiesa Madre, di aspetto settecentesco benché di origini normanne. E’ dedicata al vescovo di Canterbury San Thomas Beckett, perché, secondo la leggenda, una nave che trasportava colonne corinzie destinate ad una chiesa a lui dedicata in Inghilterra, approdò per caso durante una tempesta al porto di Marsala. I cittadini allora, pensando ad un segno del destino, decisero di edificare una chiesa in onore del Santo. L’altro lato della piazza è delimitato dal Palazzo VII Aprile, chiamato così per l’insurrezione anti borbonica del 7 aprile 1860, e oggi sede del Consiglio Civico.

Si prosegue per via XI maggio e per uscire dal centro storico si attraversa Porta Nuova. Qui, in cima all’arco trionfale, si legge il messaggio con cui il re d’Italia Vittorio Emanuele III comunicò l’ingresso nella I guerra mondiale ed il successivo proclama di vittoria del generale Armando Diaz.

Cattedrale di San Lorenzo a Trapani

La Cattedrale di San Lorenzo prospetta sull’asse viario principale del centro storico di Trapani, il corso Vittorio Emanuele una volta chiamato Rua Grande. Ha oggi un aspetto settecentesco benché la sua costruzione originaria risalga al 1421. Fu voluta da Alfonso il Magnanimo, della casata Aragona, che la edificò su una precedente cappella costruita dai Genovesi che avevano la sede del loro consolato al centro di questo rione anticamente denominato “Palazzo”. L’edificio è da sempre dedicato a San Lorenzo e fu consacrato a cattedrale da Papa Gregorio XVI nel 1844, quando Trapani fu eletta sede vescovile.

La facciata attuale risale ai restauri dell’architetto Giovanni Biagio Amico che, nel 1743, realizzò nella parte inferiore il pronao porticato con tre grandi archi sostenuti da quattro piloni di pietra da intaglio. Questi sono sormontati dallo stemma di San Lorenzo, rappresentato da una graticola adornata di palme poiché il suo corpo, durante il martirio, è stato bruciato vivo. Il portico è chiuso da una cancellata in bronzo, realizzata nel 1990 dallo scultore Ennio Tesei e costituita da pennelli raffiguranti altorilievi con simboli della liturgia cristiana. La parte superiore della facciata è caratterizzata da una balaustra con quattro vasi di forma quadrangolare, dal campanile laterale con cuspide coperta da maioliche policrome e dalla maestosa cupola centrale. L’interno della chiesa è a croce latina, diviso in tre navate separate da alte colonne tuscaniche. La navata centrale è coperta da una volta a botte decorata con raffinatissimi riquadri a stucco e ad affresco realizzati da Vincenzo Manno nel 1794 e che raffigurano episodi dell’Antico Testamento. Lungo le navate laterali, coperte da volte a crociera, si aprono quattro cappelle per lato, che conservano capolavori dell’arte come una tela raffigurante <i>L’ultima Cena</i> di Vito D’Anna – che ha tratto ispirazione dal pittore fiammingo Rubens – o il dipinto della Crocifissione attribuito nel 1646 ad Antoon Van Dyck e realizzato probabilmente dopo il suo soggiorno siciliano. Nei bracci del transetto sono conservate le preziose pale d’altare, che rappresentano il Martirio di Santo Stefano e il Martirio di San Lorenzo.

Al centro della profonda abside centrale, decorata a stucco, trova posto il dipinto del Padre Eterno di Domenico La Bruna. Un capolavoro che custodisce la chiesa è la statua del Cristo Morto di Giacomo Tartaglia, chiamato anche Pietra Incarnata per il particolare uso di un tipo di marmo dello stesso colore della carnagione umana che contribuisce a rendere la statua molto realistica.

Erice e il castello di Venere

Erice, nota come Monte San Giuliano fino al 1936, si trova a circa 750 metri s.l.m.. L’origine del nome di questo bel borgo medievale si dice provenga dal fondatore Erix, figlio di Venere del dio Bute. In realtà, la città fu fondata dagli Elimi, popolo di esuli in fuga da Troia e guidati da Enea e fondatori anche di Segesta. Fu luogo sacro per Fenici, Greci, Romani e Cristiani. Abbandonata dagli Arabi, assunse l’aspetto medievale con i Normanni, che la chiamarono Monte San Giuliano, e si sviluppò in periodo svevo e aragonese.

L’ingresso è da Porta Trapani e si prosegue fino alla chiesa Madre del 1314, realizzata con materiale di riciclo proveniente dal tempio della Venere Ericina. Caratteristiche della chiesa sono il portico ed il campanile, alto 28 metri, che fungeva da torre di vedetta. Tale campanile, che è separato dalla chiesa, fu voluto da Federico III d’Aragona alla fine del ‘200, durante la guerra di successione al trono di Sicilia contro Roberto d’Angiò. L’interno è in stile neogotico, meraviglia suscita l’ ancora marmorea dell’altare maggiore, opera di Gaetano Mancino. Procedendo lungo via Vittorio Emanuele, il cui lastricato è quello medievale, si consiglia di sbirciare dentro i cortili delle palazzine particolarmente curati. Superando il Monastero del Ss. Salvatore e la piazza della Loggia si arriva al Centro di Cultura Scientifica “E. Majorana“, fondato nel 1963 dallo scienziato trapanese Antonino Zichichi. Obiettivo è promuovere la collaborazione scientifica internazionale per affrontare le emergenze del pianeta. Grazie a questo luogo, Erice si qualifica anche come città della Scienza e della Pace. Continuando su via Guarnotti si incontra la chiesa di San Giuliano, edificata dal Gran Conte Ruggero il Normanno nel 1076 in ringraziamento al Santo per il soccorso prestatogli nell’assedio del Monte ancora in mano musulmana.

Attraversando il Giardino del Balio si giunge al Castello di Venere, costruito nel XII sec. dai Normanni sull’area del tempio di Venere le cui mura, secondo la mitologia greca, furono edificate da Dedalo. Il tempio in origine era un santuario a cielo aperto dedicato a Venere, divinità della fecondità e protettrice dei naviganti. Nel thémenos i marinai di passaggio si univano alla dea tramite le sacerdotesse del tempio, le jeròdulai. Oggi restano solo pochi ruderi della struttura, relativi alla fase normanna.

In passato il castello era collegato con le Torri del Balio da un ponte levatoio. Il nome delle torri deriva dal Bajulo del regno, incaricato alla giustizia civile. Il restauro della struttura ebbe inizio alla fine dell’Ottocento, dopo una secolare decadenza. Il conte Agostino Pepoli bonificò l’area e ricostruì porzioni del castello e delle torri.   Nel piazzale interno al castello sono visibili tamburi di colonne ioniche, frammenti di fregio, elementi decorativi dell’antico tempio e il cosiddetto “Pozzo di Venere”, dagli antichi ritenuto piscina della dea, che si ipotizza fosse un granaio.

Palazzo Senatorio 

Il Palazzo Senatorio è ubicato nel cuore del centro storico, all’incrocio tra le due vie principali della città: il corso Vittorio Emanuele e la via Torrearsa. Il quartiere, noto nel ‘300 come Palazzo, era sorto con la progressiva bonifica di una zona di isolotti, scogli e bassi fondali in cui già erano presenti edifici quali i consolati degli Alessandrini, dei Genovesi, dei Catalani e dei Pisani. Proprio la presenza di questi ultimi da l’attuale denominazione al quartiere. Altri, invece, attribuiscono la denominazione alla pietra che si otteneva in quella zona, e che veniva chiamata “pietra palazzo”, perché con essa erano stati edificati numerosi palazzi della città vecchia.

Il Palazzo Senatorio di Trapani, con la sua alta e stretta facciata divisa in tre ordini decorata con statue, è oggi uno straordinario monumento di architettura barocca. E’ conosciuto anche come Palazzo Cavarretta perché fatto erigere nel 1671 grazie al generoso contributo di Giacomo Cavarretta, cavaliere gerosolimitano, e Balì di Santo Stefano, benefattore e fautore della costruzione della facciata. Sorge però su un edificio precedente, datato XV sec., nel luogo in cui vi era la “Loggia”, sede del Consolato dei Pisani, nome con cui viene tuttora chiamata dai trapanesi l’intera zona. Divenuto poi la casa del Senato trapanese, è oggi sede di uffici comunali. La facciata è monumentale e fra i migliori esempi del barocco trapanese. I lavori di rifacimento furono iniziati nel 1671 da Simone Pisano e conclusi nei primissimi anni del ‘700 dall’architetto Andrea Palma, uno dei maggiori esponenti del barocco siciliano. Il prospetto è scandito da tre ordini di colonne. Nel primo, due colonne binate aggettanti incorniciano l’ingresso; il secondo è caratterizzato da un’ampia balconata e l’ultimo è ornato da tre nicchie che ospitano le statue della Madonna di Trapani, protettrice della città, San Giovanni Battista venerato dai cavalieri gerosolimitani, e Sant’Alberto patrono di Trapani. Le statue furono scolpite dall’ artista locale Giuseppe Nolfo ad inizio XVIII secolo. In cima, vediamo due cassoni circolari datati 1828 in cui si trovano l’orologio ed il datario che sostituirono gli stemmi dei Vicerè e del Senato, mentre al centro svetta maestosa l’aquila regale ad ali spiegate. L’interno non è visitabile ma conserva numerose lapidi che ricordano eventi salienti della storia trapanese.

Adiacente al Palazzo Senatorio, che sembra quasi farne parte, c’è la Porta Oscura, sormontata dalla Torre in cui c’è l’Orologio Astronomico con i quadranti del Sole e della Luna.

Salemi

Il borgo medievale di Salemi, nella lista dei borghi più belli d’Italia, si trova nella Valle del Belice, tra i fiumi Mazzaro e Grande, a circa 500 metri s.l.m.. Venne fondata dagli Elimi col nome di Halyciae e, per la comune origine, fu sempre alleata di Segesta; successivamente divenne romana e dichiarata città libera ed esente dai tributi. Nell’anno 827 venne conquistata dagli Arabi, ai quali si deve la sua prosperità agricola e l’origine del nome “Salemi”, derivante probabilmente dalla parola “salam” cioè città salubre e sicura.

Nel 1860 Garibaldi giunse a Salemi e, una volta liberata dai Borbone, issò la bandiera tricolore dichiarandola simbolicamente prima capitale del Regno d’Italia. Si sviluppa intorno al castello normanno-svevo, costruito da Ruggero il Normanno nel 1077 circa su preesistenze architettoniche greco-romane, e ampliato da Federico II di Svevia nel XIII sec.; oggi è sede museale. Conserva ancora le torri angolari di cui la cilindrica è il punto più alto della città.

Accanto al castello, su piazza Alicia, si aprono i ruderi dell’antica Chiesa Madre, distrutta dal terribile terremoto del 1968 che devastò la Valle del Belice e che provocò l’intero crollo delle pareti e del tetto dell’edificio. Dedicata alla Madonna degli Angeli, era un esempio di stratificazione storica, religiosa e culturale in quanto costruita su un’antica moschea e un tempio di Venere. Procedendo su via Francesco D’Aguirre si incontra il Museo Civico, ospitato nell’ex Collegio dei Gesuiti, oggi Palazzo dei Musei, che conserva opere d’arte provenienti dalle chiese distrutte dal sisma del 1968, come la bellissima statua della Madonna della Candelora di Domenico Gagini o reperti archeologici della necropoli preistorica di Mokarta. Fa parte del complesso il Museo della Mafia, istituito da Oliviero Toscani per i 150 anni dell’Unità d’Italia e dedicato a Leonardo Sciascia. Attraverso un percorso multimediale e multi-sensoriale tratta un argomento delicato in maniera nuova e non convenzionale, per sconvolgere i visitatori. Poco più avanti si incontra l’attuale Chiesa Madre, barocca, caratterizzata da sinuose colonne tortili e dedicata a San Nicola di Bari eletto a santo patrono della città attraverso un sorteggio. Si racconta che gli abitanti scrissero su pezzi di carta i nomi di tutti i santi perché incerti sulla scelta del loro patrono. Dopo la prima estrazione uscì il nome di San Nicola di Bari ma,non riscontrando alcun legame, si optò per una seconda estrazione e poi una terza che riconfermarono la scelta.

Da non perdere anche il Museo del Pane Rituale, che racconta dell’importante tradizione popolare siciliana dei pani votivi preparati il 19 marzo per la festa di San Giuseppe. Vengono allestiti altari votivi in  legno, ricoperti di foglie d’alloro e mirto ed addobbati con agrumi e piccoli pani ricamati detti “cuddureddi” raffiguranti animali, piante e utensili da lavoro e realizzati artigianalmente dalle donne del paese.

Casbah di Mazara del vallo

Cattedrale del Santissimo Salvatore

Chiesa della Santissima Trinità di Delia

Museo del Satiro Danzante a Mazara del Vallo

Arco normanno a Mazara del Vallo

Ruderi della chiesa di Sant. Ignazio

Museo civico risorgimentale di Marsala

Museo degli arazzi fiamminghi a Marsala

Torre Ligny a Trapani

Museo archeologico regionale Lilibeo Marsala – Baglio Anselmi

Chiesa di S.Agostino

Mura di Tramontana di Trapani

Ex mercato del pesce di Trapani