Parco Archeologico della Neapolis

Qui è racchiusa la storia greca della città di Siracusa e del suo ultimo e più importante tiranno: Ierone II. L’area archeologica comprende diverse zone di interesse: il teatro greco, le latomie, l’ara di Ierone e l’anfiteatro romano, unica traccia del passato romano siracusano, datato probabilmente III/IV sec. d.C.. Ancora oggi adibito a rappresentazioni classiche nei mesi di maggio, giugno e luglio, il teatro greco si Siracusa è fra i gioielli dell’archeologia siciliana. Probabilmente opera dell’architetto Damòkopos, esso vanta origini antichissime, tanto che si dice che già nel 476 a.C. qui Eschilo mise in scena le sue Etnee.

Come in uso in epoca greca, la cavea è scavata direttamente nella roccia del colle Temenite e costa di 67 ordini di gradini. I settori sono otto, divisi orizzontalmente da un corridoio detto diazoòma. Nella parte a monte del corridoio sono rintracciabili delle iscrizioni in greco che riportano, da ovest verso est, i nomi dei più importanti tiranni siracusani e le rispettive mogli: Gelone II, Nereide, Filistide e Ierone II. Nel quinto cuneo dovrebbe essere inciso il nome di Zeus Olimpo e a seguire quello di Ercole. Nella parte superiore della cavea si trova un portico ad L, alle cui estremità dovevano esserci dei templi dedicati – secondo Cicerone – a Cerere e Libera. Al centro della parete rocciosa si trova una grotta artificiale al cui esterno si trovavano 4 nicchie, di dimensioni differenti, che si pensa contenessero statue e successivamente sepolture. Secondo gli studiosi, in quest’area doveva trovarsi anche il Mouseion, sede ufficiale della corporazione degli attori, in base al rinvenimento di alcune iscrizioni onorarie e di tre statuette in marmo raffiguranti figure femminili identificate con le Muse. A est del teatro si apre l’area delle Latomie, in passato cave per l’estrazione della pietra ed oggi giardini. Esse erano quasi una cintura intorno alla città. Qui si trova, a Nord Ovest della Latomia del Paradiso, l’orecchio di Dionisio, grotta scavata con andamento S, alta circa 23 m e larga dai 5 agli 11 m. Deve il suo nome al pittore Caravaggio ed alla diceria che qui il tiranno Dioniso incarcerasse i prigionieri, grazie all’ acutistica che consentiva dall’ esterno di ascoltare i suoni dell’interno. Infine, l’Ara di Ierone II, dedicata a Zeus, era probabilmente il più grande altare dell’antichità.

Tempio di Apollo

Situato su piazza Parcalli, nell’isola di Ortigia, il tempio di Apollo è uno dei primi esempi di tempio periptero dorico siciliano. Oggi ciò che resta del tempio è visibile grazie al lavoro di recupero effettuato per primo da Paolo Orsi fra il 1938 ed il 1942. I resti dell’edificio erano stati scoperti nel 1860 all’interno di una caserma, in cui era stata inglobata la struttura templare, già chiesa bizantina, moschea, chiesa normanna ed infine, dall’ epoca spagnola, caserma. Probabilmente datato VI sec. a.C, esso rappresenta il passaggio dalla costruzione templare lignea a quella lapidea. L’eccezionalità dell’impresa compiuta dal committente del tempio di costruire l’edificio in muratura venne commemorata da un’iscrizione dedicatoria presente su uno dei lati oggi non visibili del tempio, episodio questo non usuale nei templi.

Castello Maniace a Siracusa

Il Castello Maniace, fondato per volere di re Federico II fra il 1232 ed il 1240 si trova all’estremità di Ortigia, in posizione di controllo del porto e della città. Il nome è riconducibile al generale bizantino Giorgio Maniace, che scacciò gli Arabi dalla città nel 1038. Il complesso monumentale attuale è costituito da tre grosse strutture, il castello svevo, il bastione della Vignazza ed il cortile di collegamento con la città. Esso è il risultato di aggiustamenti e rimaneggiamenti di epoche successive, dovute alle diverse destinazioni d’uso dell’edificio. Federico lo concepì sia come difesa del limite meridionale del Regno sia come luogo per la propria corte e le riunioni del Parlamento Siciliano. Bianca di Navarra, due secoli dopo, ne fece una prigione mentre gli spagnoli nel corso del XVI secolo lo integrarono al sistema difensivo murario. In questo periodo, l’architetto militare Grunemberg aggiunse terrapieni e parapetti nella parte anteriore, a difesa da attacchi di terra e, nella parte posteriore, l’artiglieria per rispondere agli attacchi dal mare. Anche l’estremità del promontorio venne dotata di una difesa a punta di diamante. La casamatta, oggi fruibile nuovamente dopo un accurato restauro, è di epoca borbonica.

Il castello nasce a pianta quadrata e segue precise logiche di razionalità, geometria e simmetria. La struttura era chiusa da un muro perimetrale con torri angolari e si accedeva da un portale marmoreo ogivale, ancora oggi visibile. Qui, è possibile notare lo stemma della casata di Spagna, che lo appose nel 1614. Il cortile interno è il risultato del susseguirsi di cambiamenti cui fu soggetto il castello ed oggi dell’originaria struttura restano, sul lato sud, solo due navate con volta a crociera. L’interno del castello era costituito da un’unica sala con 16 colonne, 4 semicolonne angolari e 16 perimetrali che sorreggevano le 25 campate a crociera. Di queste, la centrale è stata considerata un cortile a cielo aperto con vasca. Agli angoli, dove si trovavano anche quattro monumentali camini, sono ancora visibili le scale della torre sud, nord ed est, precedute e separate dai vani di servizio da un vestibolo. Le scale sono realizzate in blocchi monolitici, da cui si ricavano il gradino e parte del cilindro. Questi, sovrapponendosi, creano il pilastro portante della scala e la scala con andamento radiale. Le pareti sono realizzate secondo la tecnica dei conci sfalzati, come pure le semicolonne dei muri perimetrali, garantendo la continuità del paramento murario.

Duomo di Siracusa

Il Duomo di Siracusa, come gran parte dei siti di culto della regione, subì diverse trasformazioni e, in origine,  era un tempio pagano, in questo caso datato V secolo a.C. e dedicato ad Atena. Esso venne inglobato nel VII secolo in un edificio cristiano modificando la struttura ma poco l’aspetto, tanto che ancora oggi è possibile notare, sulla sinistra all’interno ed all’esterno, delle imponenti colonne doriche. Nel peristilio vennero chiusi gli spazi fra le colonne e nella cella centrale vennero aperte otto arcate in modo da creare un edificio a tre navate con pianta basilicale. In epoca araba divenne una moschea ma tornò nel culto cristiano con l’avvento dei Normanni. Dal punto di vista architettonico, le maggiori modifiche sono determinate dalla ricostruzione successiva al terremoto del 1693, che interessò soprattutto la facciata.

Essa venne ricostruita su progetto del palermitano Palma fra il 1728 ed il 1754. Si erge su di una scalinata e riprende il tema della colonna. Il prospetto si suddivide in due ordini con frontone in cima. Le statue ai fianchi della scalinata raffigurano i S.S. Pietro e Paolo, opera di Ignazio Marabitti come le statue poste al secondo ordine e raffiguranti, fra gli altri, la santa patrona di Siracusa, Lucia. L’interno, come detto, non ha risentito particolarmente del terremoto del 1693 e conserva ancora strutture architettoniche e arredi di epoche precedenti. La volta della navata centrale è coperta da un soffitto ligneo con travi a vista del Cinquecento mentre il pavimento, a marmi policromi, fu realizzato qualche decennio prima. Fra le opere più interessanti conservate all’ interno ricordiamo, oltre alle molte statue dei fratelli Gagini, un fonte battesimale, nella prima cappella, realizzato in ferro battuto nel XIII secolo mentre la cappella del Crocifisso, sulla navata destra, conserva un San Zosimo attribuibile ad Antonello da Messina. Interessante è poi il percorso sotterraneo che congiunge in senso est – ovest la piazza alle mura della Marina e composto da una serie di gallerie maggiori e minori, individuato nel 1869 durante dei lavori pubblici. il complesso sotterraneo venne poi riadattato e manipolato durante la II guerra mondiale come rifugio antiaereo, rendendo così il percorso ipogeo sotto il Duomo un’interessante viaggio nella storia urbana siracusana.

Basilica di S. Nicolò a Noto

La cattedrale di Noto rientra nell’ itinerario del barocco di Val di Noto, patrimonio UNESCO dal 2003.

Il prospetto della chiesa riempie scenograficamente la piazza Municipio e si erge in cima ad una scalinata monumentale a quattro rampe di epoca ottocentesca. La particolare bellezza di elementi barocchi e classici la rende uno dei capolavori del circuito barocco patrimonio UNESCO dal 2003. La facciata è su due ordini: il primo è adornato da otto colonne con capitelli in stile corinzio e portale bronzeo, mentre il secondo si caratterizza per la presenza, ai lati, della torre campanaria e dell’orologio.

Il cantiere successivo al terremoto del 1693 fu lungo: ad una prima veloce costruzione completata nel 1703, seguì l’innalzamento di un edificio più grande che però subì il crollo della cupola nel 1848.

In questa fase la chiesa, a croce latina, era priva di decorazioni pittoriche murarie ma conservava diversi dipinti nelle cappelle laterali. Inoltre, nella navata centrale, nella prima cappella dal fondo, sono conservate le spoglie del patrono della città, San Corrado Confalonieri, all’interno di un’arca cinquecentesca.

Ma la cattedrale subì un’ulteriore distruzione in tempi recenti. In seguito al terremoto che scossè la Sicilia nel 1990 ed ai seguenti danni strutturali non correttamente riparati, nel 1996 crollarono rovinosamente la navata centrale e quella destra. Questi crolli andarono a distruggere le decorazioni dell’abside e della volta, opera di Bandinelli ed Arduino della metà del Novecento. I lavori di restauro si conclusero nel 2007 e cercarono di coniugare le tecniche ed i materiali costruttivi usati nel Settecento con le nuove metodologie anti sismiche. Dal 2009 vennero decorati gli interni da artisti contemporanei, determinando una forte trasformazione stilistica rispetto all’ originale.

Chiesa ed ex monastero S. Chiara a Noto

La chiesa è ufficialmente dedicata a Santa Maria Assunta ed è collegata con l’adiacente monastero benedettino femminile del Ss. Sacramento. Ricostruito dopo il devastante terremoto del 1693, è uno degli edifici barocchi della città di Noto. Oggi il monastero è Museo Civico, aperto alle visite che consentono di conoscere i luoghi e la giornata tipica di una monaca di clausura. Il complesso monastico venne realizzato su progetto dell’architetto Gagliardi nella prima metà del Settecento ed affacciava sul Corso Vittorio Emanuele, mentre oggi l’ingresso si trova in via Capponi. La modifica dell’accesso in chiesa fu determinato da ottocenteschi lavori del manto stradale che abbassarono talmente il livello stradale da rendere il portone inutilizzabile. Il portale, divenuto di fatto un balcone, era incorniciato da colonne tuscaniche e sormontato da ghirlande di fiori e merlature con un’arcata spezzata con una finestrella centrale. Stesso destino toccò al ricco portone del monastero, ancora oggi riconoscibile benché murato.

All’ interno la chiesa è ovale ad unica navata, circondata da 12 colonne raffiguranti gli apostoli, e decorata con stucchi e putti. Volgendo lo sguardo verso l’alto, opposta all’altare, si trova la cantoria, in legno decorato con intarsi. Qui le monache del convento di clausura avevano modo di seguire la messa senza essere viste dalle persone in chiesa ma vedendo ugualmente ciò che accadeva sotto. L’altare maggiore è la perla barocca della chiesa, adornato di merlature scolpite e bassorilievi in stucchi policromi. Da non perdere, infine, una visita alla terrazza panoramica del monastero, dalla quale si gode di un incredibile affaccio sulle bellezze barocche di Noto.

Palazzo Nicolaci a Noto

Il palazzo Nicolaci, aperto al pubblico per eventi e visite, è un mirabile esempio di barocco siciliano e della ricchezza della famiglia di cui porta il nome. L’ultimo erede della famiglia, Corrado Nicolaci visse qui fino agli ultimi anni del Novecento, ma dal 1983 il palazzo è in comproprietà col Comune di Noto, che ha acquistato l’ala principale che ha provveduto a restaurare mettendolo in sicurezza e riportando pavimenti e appartamenti all’antico splendore. I Nicolaci erano una famiglia borghese in ascesa sociale negli anni successivi al terremoto del 1693 e che aveva acquisito una posizione di riguardo nei commerci grazie alla gestione delle tonnare della zona sud di Siracusa. Nel 1701 alla famiglia viene dato il titolo nobiliare di Baroni di Gisira e Bonfalà e, da questo momento , venne avviato il progetto di ampliamento del palazzo già esistente, che doveva diventare la residenza netina dei Nicolaci. L’edificio è composto da circa 90 stanze e venne realizzato per volontà di Giacomo il Gobbo, che avviò la costruzione nel 1737 su progetto, si pensa, di Gagliardi. L’esterno dell’edificio ha un aspetto sinuoso ed elegante, grazie alle balconate realizzate con inferriate ricurve e decorazioni di animali fantastici che rendono armoniosa l’intera struttura.

Attualmente è visitabile il primo piano, composto da 9 saloni arredati e decorati per suggerirne l’utilizzo, con accesso da uno scalone ottocentesco. Fra le sale più interessanti si ricorda la Sala del Te, che suggerisce l’amore della nobiltà europea del Settecento per i decori orientali in stile cinese. Da un’anticamera si passa poi ad un’Alcova con vista panoramica sulla città e, quindi al Salone delle Feste, decorata con la tecnica del trompe l’oeil. Nel soffitto una bella allegoria del Carro di Apollo che insegue Aurora 0 ricorda l’opera simile di Guido Reni.

Infine, da menzionare la Biblioteca Comunale, voluta dal Municipio nel 1817 e aperta grazie alle donazioni private.

Catacombe di San Giovanni

Le catacombe siracusane sono le più grandi per estensione dopo quelle di Roma e testimoniano l’importanza della comunità religiosa locale nei primi anni del cristianesimo. Tre sono le catacombe più importanti: Santa Lucia, Vigna Cassa e San Giovanni. Queste ultime sono un complesso funerario ubicato poco distante dall’ area della Neapolis ed adiacente alla chiesa omonima. Le catacombe vennero abbandonate verso la fine del VI sec. d.C. e recuperate solo al termine del XX secolo dall’ archeologo locale Paolo Orsi. L’area è composta da un cimitero comunitario e cinque ipogei privati, databili dal III al V secolo d.C.. Sulla base del modello topografico romano, si può suddividere la catacomba in tre aree: Santa Maria di Gesù, Maggiore e Marcia.

La struttura originaria venne realizzata dal IV secolo d.C., ed ampliava un vecchio acquedotto greco. La pianta riprende la struttura dell’accampamento romano,  ed è composta da una galleria centrale e varie gallerie secondarie orientate a nord e sud. Le gallerie conducono ad alcune rotonde, paragonabili a delle cisterne. Fra queste la rotonda di Antiochia, di Adelphia, dei sarcofaghi e quella marina. I loculi per i defunti venivano ricavati dalle pareti delle gallerie e, accanto alle sepolture, si possono ancora vedere le pitture murali che raccontano la simbologia dei primi cristiani. La prima cisterna verso sud è la rotonda Marina, detta così dalla nobildonna sepolta. Accanto, una galleria conduce al sepolcro del vescovo Siracosio. Qui, all’ esterno, è visibile un’incisione raffigurante un clipeo, cioè uno scudo romano, con un Cristogramma inciso all’ interno insieme alle lettere apocalittiche alfa e omega. Più in basso si può notare anche la raffigurazione di due barche a forma di pesce, tipica simbologia paleocristiana.

La rotonda più grande è quella di Adelphia. Gli scavi del 1872, condotti da Francesco Saverio Cavallari, hanno riportato alla luce un sarcofago in marmo scolpito con la raffigurazione di 62 personaggi biblici del vecchio e nuovo testamento. Il reperto, oggi conservato al Museo Orsi di Siracusa, è di notevole importanza poiché vi è raffigurata una delle prime immagini del presepe. Al centro della conchiglia, altro simbolo cristiano, sono raffigurati i busti di Adelphia e del marito il proconsole Valerio. A seguire troviamo la rotonda delle Vergini, i cui sarcofagi sono stati scavati direttamente nella roccia e che appartenne ad una delle prime comunità monastiche locali. Opposto, il cubicolo di Eusebio, altamente scenografico. Qui si dice che fu conservato il corpo di Papa Eusebio prima della traslazione nella catacomba romana di San Callisto. Da non perdere è la visita della sepoltura di Adeodata, probabilmente una vergine e martire siracusana. Dall’ analisi degli intonaci che rivestono il sepolcro, si evince che il loculo venne adoperato due volte. Lo strato più esterno raffigura un’immagine di Cristo con i Santi Pietro e Paolo che incoronano una vergine, mentre lo strato originario raffigurata un pavone blu. Questo, nel IV secolo, era il simbolo della vita eterna.

Villa Romana del Tellaro

La Villa Romana del Tellaro, datata IV secolo d.C., prende il nome dal vicino fiume omonimo, vicino al comune di Noto. Insieme alla Villa di Patti (Messina) e alla più nota Villa Romana del Casale, è un’importante testimonianza socio economica della Sicilia del periodo tardo antico. Venne scoperta nel 1971, durante il saccheggio da parte di ladri di reperti, ignari del valore di ciò che stavano trafugando. I resti dell’edificio si trovano oggi sotto una masseria del Settecento, che rende difficoltoso la lettura dell’edificio. La villa, probabilmente abitata da una famiglia di latifondisti, era composta da una corte circondata da un peristilio di circa 20 metri, su cui si affacciavano gli ambienti dell’abitazione. Tali ambienti sono ancora visibili a nord ed a sud, mentre la sovrastante masseria ha reso illeggibile la costruzione romana nei lati est ed ovest. Mentre sul lato sud è ancora visibile solamente la fondazione delle antiche mura abitative, a nord si può ancora notare un ambiente absidato, con tratto del portico prospiciente, pavimentato con mosaici policromi a motivi geometrici.

I mosaici rinvenuti nel sito sono compatibili con lo stile proprio dell’Africa pre consolare, lo stesso dei mosaici della Villa Romana del Casale, anche se le raffigurazioni appaiono dotate di maggiore profondità e cura artistica. Sono soprattutto tre gli ambienti in cui si concentrano i mosaici più importanti, con motivi mitologici, di caccia o danza. A causa dell’ incendio che devastò l’edificio, probabilmente a causa dell’avanzata dei Barbari alla fine del IV secolo d.C., non è possibile stabilire con certezza la destinazione d’uso degli ambienti, né se la scelta delle scene fosse collegata alla natura delle stanze. I mosaici sono realizzati con tessere in pietra calcarea e cotto in colori naturali. Ma è la perfezione stilistica a lasciare incantati: gli animali, i fiori, i volti raffigurati hanno dei colori talmente vividi da sembrare reali. Di particolare interesse è il mosaico ubicato nella sala più orientale del lato nord del sito. Esso raffigura la scena della pesatura di Ettore, raccontata nell’ Iliade. Il fulcro della scena è una bilancia su cui, sulla destra, è poggiato il corpo di Ettore e, sulla sinistra, l’oro per il suo riscatto. Fra i presenti si distinguono Ulisse, Achille, Diomede e il re troiano Priamo, oltre ad abitanti della città incendiata. Questo mosaico, come gli altri raffiguranti scene più consuete nelle raffigurazioni mosaicali – come la caccia e le scene di danza – sono oggi visibili dopo un attento e delicato lavoro di restauro. Le particolari condizioni delle tessere, rovinate prima dall’incendio di epoca antica, poi dalla costruzione della masseria ed infine dal suo abbandono, hanno obbligato i restauratori a smontare i mosaici dal sito e provvedere al loro restauro in laboratorio.  Dopo una breve esposizione dei mosaici nella chiesa di San Domenico a Noto, nel 2003/2004, si è attualmente in attesa del trasferimento definitivo e del completamento della musealizzazione del sito.

Area archeologica di Akrai – Teatro Greco di Palazzolo Acreide

Già abitata in epoca preistorica, secondo gli scritti di Tucidide, la colonia greca di Akrai venne fondata verso il 664/663 a.C. da coloni corinzi. Distrutta dagli arabi nell’anno 827 d.C., gli abitanti tornarono presto a popolare l’area spostandosi verso l’attuale centro di Palazzolo Acreide. L’area archeologica gode di una visuale splendida, sospesa fra la valle dell’Anapo ed il vulcano Etna. L’area archeologica odierna è formata da diverse aree: teatro, bouleuterion e latomie. Di epoca incerta e rimaneggiato al tempo dei Romani, il teatro è attribuito all’epoca di Ierone II, quindi verso la seconda metà del III sec. a.C. e si differenzia dalla tradizionale struttura del teatro greco perché non ha sviluppo angolare superiore al semicerchio e non è stato scavato nella roccia. Altra caratteristica è l’orchestra, di forma semicircolare. Mai spiegata è la funzione, sulla parte occidentale della gradinata, di un cunicolo che collega il teatro al retrostante bouleuterion.

L’assenza del diazoma, invece, si giustifica con le dimensioni ridotte. La cavea, scoperta verso il 1824, era composta da 8 scalette, 9 cunei e 12 file di sedili. Ad essa ci si accedeva anche da due ingressi frontali, posti ai lati della scena, che sostituivano il paradoi, cioè l’ingresso del coro. Il fronte del palcoscenico (proskenion) è allineato alle due ali terminali del koilon, così la scena risulta più avanzata rispetto ai canoni del tempo. Il bouleuterion  fu rinvenuto verso il 1820 da Gabriele Judica. Inizialmente confuso con un Odeon, Heinrich Bulle svelò la natura reale dell’edificio. Questo era il luogo in cui si riuniva il senato cittadino ed era composto da un koilon (cavea) con una piccola orchestra semicircolare esposta ad ovest. Non distante doveva trovarsi lagorà che, secondo gli studi di Bernabò Brea, doveva essere sul lato orientale della città. Oltre il muro di cinta che delimita l’area del bouleuterion, si nota una costruzione circolare ritenuta impianto termale in epoca romana, ma adibito a battistero in epoca bizantina. Ancora rintracciabile è l’assetto viario, che suscita interesse poiché le strade laterali incrociano la principale obliquamente per mitigare il forte vento. Il decumano, largo 4 metri e dotato di pavimentazione lavica, era la via principale, su cui confluivano due piccole arterie, dette stenopò, con orientamento nord/sud.L’ultima area è quella delle latomie, visibili vicini al teatro. La più grande, detta “intagliata”, era raggiungibile da una porta ancora oggi visibile sotto il teatro. L’ intagliatella aveva varie nicchie votive e tombe. Secondo gli studiosi, l’area archeologica doveva comprendere anche tre templi, dedicati ad Artemide, Kore ed Afrodite. Quest’ultimo, datato intorno al VI sec. a.C., era il più importante, in stile dorico. Oggi ben poco è visibile.

Area archeologica Castello Eurialo

Il Castello Eurialo è la più imponente opera militare di epoca greca, realizzata per volere del tiranno Dionisio I il Vecchio fra il 402 ed il 397 a.C.. Il nome Eurialo deriva dal greco “euryelo”, che significa testa di chiodo, dalla forma dell’altopiano. Esso venne realizzato a scopo difensivo sull’altopiano Epipoli, a 120 m. s.l.m., nel punto più elevato della città, come fa intendere lo stesso nome “epopoli”, in greco “sopra la città”. La sua realizzazione completò il complesso difensivo voluto dal tiranno di Siracusa, rappresentato dalle mura dionigiane. Queste vennero costruite con blocchi di pietra calcarea squadrata, spessa fra i 2 ed i 2,5 metri. Alle mura il castello è collegato nel suo punto più elevato, coincidente col braccio settentrionale e meridionale delle mura. Il castello rimase inespugnato fino alla conquista di siracusa da parte di Roma nell’anno 212 a.C.. L’accesso al castello era protetto da tre fossati difensivi, scavati modo da permetterne la visuale solamente a brevissima distanza e la cui distanza evitava che le armi dell’epoca potessero scavalcarli. Seguendo il percorso, dal primo fossato si accede al recinto murario, dal secondo, di forma trapezoidale, al mastio, difeso da 5 massicce torri quadrangolari. Oltre il mastio si trovava il portone d’accesso al castello, su mura spesse 5 metri. L’intero castello era stato realizzato sfruttando elementi strategici che potessero cogliere di sorpresa i nemici: un sistema di gallerie sotterranee e la cosiddetta “porta a tenaglia”. Quest’ultima, situata nella parte nord delle mura, consentiva di circondare rapidamente il nemico che avesse cercato di entrare al castello. Sulla cima delle torri venivano poste le macchine da guerra a difesa dell’intero castello. All’interno del castello si trovavano anche ambienti per le attività di servizio, come le cucine, i magazzini o gli alloggi. Alla fine del cortile interno del castello, è visibile anche la cisterna per la raccolta delle acque piovane.

Durante la II guerra mondiale, le gallerie del castello vennero adoperate come protezione dai bombardamenti per i numerosi reperti del Museo Archeologico locale, oggi in mostra al Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” di Siracusa.

Museo archeologico Paolo Orsi

Il Museo Archeologico di Siracusa, dedicato dal 1988 a Paolo Orsi, è fra i maggiori musei archeologici italiani. Il Museo venne istituito nel 1878 e lo stesso Orsi lo diresse per 30 anni. Dal 1988 si trova all’interno del parco di Villa Landolina, nei pressi del parco archeologico della Neapolis. Il museo si sviluppa su tre livelli, suddivisi in settori. Il seminterrato è l’auditorium, destinato alla visione di video introduttivi alla visita delle collezioni dei piani superiori.  Nel 2010 è stata inaugurata l’esposizione del Medagliere ideato negli anni ’50 dall’archeologo Luigi Bernabò Brea, che consente di ricostruire la storia della monetazione della Sicilia greca dall’ età arcaica alla medievale. Il primo livello è composto dai settori A, B e C: il primo è incentrato sulla preistoria e la protostoria, il secondo sul periodo delle colonie greche e Siracusa in età arcaica e classica, mentre il tema del settore C sono le subcolonie di Siracusa, Gela ed Agrigento. Nel settore A, degni di nota i portelli tombali della civiltà di Castelluccio. La sezione B conserva manufatti e vari reperti in terracotta provenienti dai templi e dalle necropoli, oltre a statue come il Kouros di Lentini, risalente al V secolo a.C.. Il settore C ospita testimonianze delle subcolonie siracusane, come Eloro, Akrai (Palazzolo Acreide) e Camerina, oltre che di Agrigento e Gela. Fra questi reperti, si segnalano diverse statuette ex voto e ceramiche attiche a figure nere e rosse. Al secondo livello appartiene il settore D, inaugurato nel 2006. Qui si trovano i reperti di età ellenistico – romana. Si tratta principalmente di resti architettonici provenienti dalla Neapolis o ceramiche della necropoli, oltre a statue come una copia del II sec. d.C. della Venere Anadiomene e ritratti di età imperiale. Nel settore F del Museo si conservano le testimonianze di epoca cristiana e bizantina. Fra queste, il sarcofago di Adelfia e l’epigrafe di Euskia, provenienti dalle catacombe di San Giovanni.

Tecnoparco Archimede

Il tecnoparco Archimede è un parco scientifico – culturale fondato nel 2008 per omaggiare lo scienziato greco. È grande 1700 mq e dista 200 metri dal parco archeologico della Neapolis. Passeggiando nell’area verde si ripercorrono le tappe dell’ingegno di Archimede, tramite ricostruzioni a grandezza naturale delle invenzioni dello scienziato, basate su fonti di meccanici del passato ellenistico – romano ed alle costruzioni di pensatori successivi come Leonardo. Il parco è suddiviso in tre aree tematiche: le macchine più semplici come le leve e gli argani; le catapulte e le macchine da guerra adoperate durante l’assedio di Siracusa del III sec. A.C. e, infine, le macchine da sollevamento come gru, Mekane e Mani Ferree (manus ferrea). Una sezione è poi dedicata all’ idrostatica ed all’idraulica e ospita, fra l’altro, vasi comunicanti, sifoni e la vite di Archimede. Inoltre, è possibile ammirare la ricostruzione dei famosi specchi ustori, con cui, secondo la tradizione, Siracusa bruciò la flotta romana ritardando la conquista della città.

Chiesa di Montevergine a Noto

La chiesa di Montevergine si trova in fondo alla salita di via Nicolaci. Dedicata a San Girolamo, è attribuita a Vincenzo Sinatra e costruita fra il 1695 e il 1738 per le necessità delle Suore Cistercensi di Monte Vergine, che qui vissero fino alla chiusura del monastero nel 1938. Un’iscrizione sul portico data l’apertura al culto il 3 Luglio 1762. La facciata, scarsamente decorata, è concava ed incorniciata da due torri campanarie. Il portone, cui si accede da una piccola scalinata, è delimitato da sei lesene e due colonne quadrangolari. L’interno è a navata unica, con semicolonne in stile corinzio, che donano alla chiesa l’aspetto classicheggiante. L’ altare, considerato il più bello fra le chiese di Noto, è realizzato in marmi policromi ed è dotato di ciborio a forma di tempietto colonnato con un baldacchino. Il pavimento maiolicato è l’originale settecentesco. All’ interno della chiesa si può visitare l’esposizione museale permanente delle sette confraternite di Noto, che ospita cimeli adoperati in occasione della settimana santa. Con un piccolo contributo, si può salire sul campanile della chiesa e godere dello splendido panorama.

Basilica di San Paolo a Palazzolo Acreide

La basilica venne edificata sull’ area in cui esisteva già una chiesa dedicata a Santa Sofia, distrutta nell’ occasione. In seguito al terremoto del 1693,fu ricostruita fra il 1720 ed il 1730. La facciata è opera di Vincenzo Sinatra ed è fra le più belle chiese dell’area e si caratterizza per i ricchi decori scultorei. Il portale in bronzo è decorato con 4 coppie ed i bassorilievi raffiguranti la vita di San Paolo, patrono della città.   La facciata è a tre ordini, scanditi da archi e colonne con capitelli corinzi. Il primo ordine è composto da cinque arcate, separate da coppie di colonne corinzie, poggianti sulla zoccolatura alla base dell’edificio. Nel terzo ordine si trova la torre campanaria mentre l’ordine centrale è caratterizzato dal vano vuoto da cui appare la figura del Cristo benedicente. Fino agli inizi del secolo XX, sopra la facciata si ergeva una cuspide con fregio con la spada attorcigliata da un serpente, simbolo di San Paolo. All’ interno, la basilica è a tre navate, le due minori sono chiuse da absidi laterali. Gli spazi si presentano riccamente adornati: oltre alla ricchissima volta, nell’ abside principale si trovano quattro colonne tortili policrome e di pregio è anche l’organo sopra il portale. L’altare centrale, del 1868, è in marmo policromo sormontato da un crocifisso della prima età moderna. Fra le colonne dell’altare, in occasione della festa del santo patrono, si può ammirare la statua raffigurante San Paolo, opera di Vincenzo Lorefico intorno al 1567. In origine essa era realizzata in tempere, ma i diversi restauri cui è stata sottoposta nel corso del tempo, ne hanno alterato le sembianze.

Tonnara di Marzamemi

La storia di Marzamemi e della sua tonnara inizia intorno allanno 1000, quando fu fondata dagli Arabi col nome di “Marsa al Hamem”, cioè rada delle tortore. Ciò che si vede oggi è il risultato della trasformazione avvenuta nel XVIII secolo con l’acquisizione da parte della famiglia Villadorata. Il borgo ha dunque modificato aspetto, con la realizzazione, attorno alla piazza Regina Margherita, di 50 abitazioni per i pescatori e della chiesa di San Francesco da Paola. La tonnara comprendeva anche la camperia, o loggia degli scieri, adoperata per il ricovero delle barche e lo stabilimento di lavorazione del tonno. Fino all’ Ottocento, la tonnara era considerata la più importante della Sicilia orientale e la seconda dell’isola dopo quella di Favara. L’introduzione del ghiaccio nell’ industria alimentare, agli inizi del secolo XX, portò ad un graduale declino del sito, non più indispensabile per la conservazione dei tonni. Nonostante un ridimensionamento negli anni ’20 e i danni causati dall’ aviazione inglese durante lo sbarco in Sicilia del 1943, la tonnara rimase in funzione fino al 1969. Oggi, è luogo per eventi e ricevimenti.

Palazzo Ducezio

Palazzo Ducezio, sede del municipio di Noto, è stato progettato da Vincenzo Sinatra nel 1746 e concluso solo nel 1830. Il piano superiore venne aggiunto negli anni ’50 del XX secolo su progetto di Francesco La Grassa. L’edificio, che prende il nome del fondatore della città, ha una facciata convessa, scandita da 20 arcate con colonne ioniche al primo livello e, al secondo, grandi finestre. L’ambiente più significativo è la Sala degli Specchi. La sala, usata ancora oggi per gli eventi di rappresentanza, ha pianta ovale ed è arricchita di stucchi e specchi in stile Luigi XV. La volta è affrescata con un affresco neoclassico di Antonio Mazza del 1826, raffigurante la Fondazione di Neas. Si tratta di un’allegoria di Ducezio al quale viene mostrato il sito di Neas, sopra il quale in età preellenica verrà fondata la città di Noto. Ai lati, i riquadri ospitano diverse iscrizioni riguardanti i fasti di noto. Sulla sinistra, infine, un telegramma inviato nel 1860 da Garibaldi ai volontari netini.

Galleria regionale di palazzo Bellomo di Siracusa

La Galleria si trova sull’ isola di Ortigia, nei pressi del Duomo e della Fontana Aretusa. La sede è Palazzo Bellomo, edifico di epoca federiciana, le cui caratteristiche sono ancora visibili dalla facciata esterna e dal pianterreno. Verso la metà del ‘300 il palazzo venne acquisito dalla famiglia Bellomo, che lo ha riadattato al gusto catalano del tempo. La galleria venne inaugurata nel 1940, in seguito alla separazione delle collezioni medievali e moderne dal Museo Archeologico. Le collezioni sono esposte secondo un criterio cronologico e comprendono tre sezioni: arte bizantina e medievale, pinacoteca e arte figurativa, fra cui presepi, argenti, ceramiche ed icone. Gran parte delle opere proveniva da chiese e conventi, espropriati dopo la promulgazione della Legge Siccardi nel 1866. Fra le opere più importanti, si segnala sicuramente l’Annunciazione di Antonello da Messina e la collezione di icone dei secoli XVI – XVII, opera dei “madonneri” cretesi – veneziani e slavi.