Cappella Palatina e Palazzo Reale

La Cappella Palatina, gioiello indiscusso dell’arte arabo-normanna in Sicilia, è una chiesa Patrimonio dell’UNESCO definita da Guy de Maupassant la più bella del mondo.

E’ parte integrante del complesso architettonico del Palazzo Reale di Palermo, voluto nel XII sec. dal normanno Ruggero II d’Altavilla, incoronato primo Re di Sicilia nel Natale del 1130. Ubicato all’estremità occidentale del quartiere regio della Galca, era recintato da mura e bastioni che si estendevano ad est della città antica.

Il Palazzo Reale è sempre stato sede del potere: nel medioevo della monarchia, nel Cinquecento sede dei Vicerè spagnoli e nell’Ottocento luogo della corte borbonica di Ferdinando IV. Oggi ospita il Parlamento Siciliano. Oltre alla sua secolare funzione politico-amministrativa, il Palazzo Reale di Palermo è un affascinante contenitore di opere d’arte. E’ oggi il risultato di una serie di aggiunzioni e trasformazioni. Se si guarda la facciata che prospetta su piazza Parlamento, si nota immediatamente che l’ala sinistra ha i caratteri stilistici cinque-seicenteschi, a destra invece sopravvive la struttura medievale con la porzione residua degli appartamenti reali del XII sec., chiamati Gioariaper la ricchezza delle decorazioni degli ambienti. Entrando da piazza Indipendenza e salendo lo Scalone d’Onore in marmo rosa di Castellammare, si raggiunge il primo piano, dove c’è il seicentesco Cortile Maqueda, con portico a doppio loggiato fatto costruire dal Vicerè Maqueda.

Qui si trova la Cappella Palatina, meravigliosa sintesi dell’arte araba, bizantina e normanna. Esempio dell’integrazione di stili, culture e tradizioni diversevoluta dai normanni durante gli anni unici della loro reggenza. All’interno di questa chiesa di palazzo si resta abbagliati dall’oro scintillante dei mosaici bizantini che decorano le navate con le storie sacre. Si tratta di una narrazione continua degli episodi dell’Antico Testamento, che si sviluppa lungo la navata centrale per fasce orizzontali (la prima tra le finestre, la seconda tra gli archi).

L’apoteosi stilistica è la rappresentazione del Cristo Pantocratore (l’Onnipotente) nel catino absidale e nella cupola circondata da arcangeli, profeti ed evangelisti.

Nella parete destra del presbiterio sono rappresentate invece le storie del Nuovo Testamento, che si estendono dall’abside laterale fino alla zona retrostante dell’ambone. Accanto a quest’ultimo si innalza il gigantesco candelabro pasquale, decorato con bassorilievi raffiguranti un raffinato intreccio di animali, vegetali e altre figure. Fiore all’occhiello della Cappella Palatina sono i pavimenti di ispirazione islamica realizzati con materiali di spoglio e, nella navata centrale, il prezioso soffitto ligneo a cassettoni stellari intagliati da maestranze magrebine con il sistema della muqarnas, cioè alveoli a nicchie discendenti, dipinti con immagini di uomini e animali immersi in una grande varietà di decorazioni vegetali o geometriche e iscrizioni arabe.

Piazza Vigliena e i Quattro Canti

Cuore del centro storico di Palermo, i Quattro Canti è l’incrocio principale della città dove si incontrano ad angolo retto le sue due vie principali: la via Vittorio Emanuele (o il Cassaro) e la via Maqueda. La piazza, intitolata al Vicerè Villena, fu il risultato del nuovo assetto urbano ottenuto con il taglio della via Maqueda nel 1600. Questo fu il primo e più importante avvenimento urbanistico dell’età moderna e produsse la divisione della città in quattro parti, detti Mandamenti. La piazza barocca, realizzata in pietra di Billiemi, rappresentava così il centro esatto della città dentro le mura, ed è formata da quattro angoli smussati simili alla piazza delle Quattro Fontane di Roma. I lavori cominciarono nel 1608 su progetto dell’architetto fiorentino Giovanni Lasso e proseguirono sotto la guida di Mariano Smiriglio e Giovanni d’Avanzato fino al 1621 per essere completati con le ultime rifiniture, operate da Carlo d’Aprile nel 1663.

Ogni angolo di questa piazza si riferisce a un quartiere del centro storico di Palermo: Tribunali o Kalsa nel lato sud-orientale, Palazzo Reale o Albergheria nel lato sud-occidentale, Monte di Pietà o Capo nel settore nord-occidentale e Castellammare o Loggia nel settore nord-orientale.

Ogni canto è diviso in tre ordini, ognuno adornato con statue in marmo di Carrara che raffigurano, in senso orario partendo dal cantone nord-orientale:

– al primo ordine dal basso le statue delle quattro stagioni ciascuna con un attributo identificativo;

– al secondo ordine le statue dei sovrani spagnoli (Filippo IV, Filippo III, Carlo V e Filippo II);

– al terzo ordine le raffigurazioni delle sante protettrici dei quattro mandamenti (S.Oliva, S. Agata, S. Cristina e S. Ninfa).

In linea con la cultura controriformistica del periodo, la sistemazione della piazza doveva simboleggiare la compenetrazione tra la sfera umana e quella divina. Dal punto di vista numerico, infatti, il quattro è il numero degli uomini, della dimensione terrena, mentre il tre (numero della divisione degli ordini) è simbolo del sacro e del divino come tre sono le persone di Dio.

Le quattro fontane inferiori sono però ottocentesche, aggiunte come elementi di raccordo tra due diversi livelli stradali determinati dai lavori di abbassamento del piano di calpestio necessari per favorire lo scorrimento delle acque piovane fino al mare.

La piazza fu anche lo spazio deputato alla forca durante il periodo dell’Inquisizione e anche alle feste dell’effimero. Tutt’oggi è il luogo più affollato durante il Festino di S.Rosalia, patrona della città, quando, la notte tra il 14 e 15 luglio, il grande carro portato in processione fino al mare sosta per qualche minuto ai Quattro Canti.

Definita nei secoli come “quattro cantoniere”, “ottagono”, “ottangolo”, si amò chiamarla soprattutto teatro del sole per il fatto che nelle ore del giorno almeno una delle quinte architettoniche è illuminata dal sole.

Oratorio di San Lorenzo

Gli oratori nei secoli hanno svolto una doppia funzione – religiosa e sociale – e sono stati commissionati da associazioni laiche quali compagnie, confraternite e congregazioni.

L’oratorio di San Lorenzo venne costruito nel 1569 sulle preesistenze di un’antica chiesa dedicata a San Lorenzo, per volere della Compagnia di San Francesco, costituitasi per seppellire i defunti del quartiere della Kalsa. L’altare maggiore era adornato con la celebre tela raffigurante la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco dipinta nel 1609 dal Caravaggio e trafugata nel 1969 e mai più ritrovata. Oggi al suo posto troviamo una fedelissima riproduzione realizzata con metodi ad altissima tecnologia, capaci di rendere tutti i minimi dettagli dell’originale. Ad aula rettangolare, cifra architettonica di tutti gli oratori, l’interno è impreziosito da formidabili stucchi realizzati da Giacomo Serpotta dal 1699 al 1706. Chiamato appositamente per dare enfasi alla pala del Caravaggio, i lavori di Serpotta iniziarono proprio dall’altare dove due grandi serafini reggono la grande cornice in cui era inserito il dipinto.

Era il tema iconografico della tela di Caravaggio il fulcro dell’intero ciclo figurativo sviluppato da Serpotta sulle pareti dell’oratorio. Vengono così raccontate le storie delle vite dei due santi ad altorilievo inserite all’interno di teatrini prospettici. Guardando verso l’altare, sulla parete di destra vengono narrate le storie di S. Francesco, su quella di sinistra la vita di S. Lorenzo, quest’ ultima culminante nella contro facciata con il dramma sacro della rappresentazione del Martirio. Inframmezzano i teatrini le grandi statue allegoriche delle Virtù che reggono attributi identificativi, in stucco dorato, e che accompagnano gli episodi della vita dei santi seguendo in senso didascalico la sequenza delle storie. Una varietà di puttini dalle pose ed espressioni giocose da una nota vivace a tutto l’apparato decorativo. Da notare, sulla parete di sinistra, il dolce bacio tra due angioletti o il putto intento a soffiare le bolle di sapone. Al centro del pavimento, realizzato da intarsi marmorei policromi nel 1716, si apre la cripta per i confrati con i simboli della Compagnia: la palma, la graticola e la corona. Lo spazio centrale è vuoto perché i membri della Compagnia sedevano sulle preziose panche laterali – in legno intarsiato in avorio e madreperla – sostenute da mensole in bosso scolpite con soggetti mitologici e bucolici.

Il seggio dei Superiori si trovava sulla parete della contro facciata, sotto il Martirio di San Lorenzo, ai cui lati si aprivano le due porte d’accesso, oggi finestre a causa dell’abbassamento del livello stradale.

L’ingresso attuale è infatti stato ricavato in un piccolo giardino sul muro laterale dell’oratorio, al quale si accede da una scalinata a doppia rampa dove sono conservate le ceneri di Donald Garstang: storico dell’arte statunitense che si occupò della valorizzazione degli oratori palermitani.

Palazzina cinese

La Casina Cinese si trova all’interno del Real Parco della Favorita, voluto da Ferdinando IV di Borbone e dalla moglie Maria Carolina d’Asburgo, una delle figlie dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa, al loro arrivo a Palermo durante l’esilio da Napoli. Fondarono un parco esteso 400 ettari che comprendeva un terreno di caccia e coltivazioni di ulivi, agrumi, fichi d’india e carrubi.

La palazzina, inserita in questo contesto idilliaco, nacque dalla trasformazione di un edificio precedente, edificato in stile cinese dal Barone Benedetto Lombardo della Scala. Ferdinando IV, nel 1799, incaricò l’architetto neoclassico Venanzio Marvuglia, dei lavori di ristrutturazione chiedendogli di mantenere e ampliare lo stile esotico della costruzione, sulla scia di una moda per le cineserie molto diffusa allora nelle corti europee.

L’edificio si sviluppa su cinque livelli e le facciate nord e sud hanno due portici sporgenti semicircolari con sei colonne in marmo coronati da cornice e pagoda. Sui fianchi due caratteristiche scalette elicoidali conducono alla balconata del primo piano. La parte centrale termina con la Stanza dei Venti o specola, di forma ottagonale coperta a pagoda. L’esterno, particolarmente curato e ben conservato, è caratterizzato da un’interessante varietà di colori sui toni del verde, rosso e ocra, opera del decoratore napoletano Raimondo Gioia. L’interno è eclettico, si incontrano decorazioni pittoriche che spaziano dallo stile cinese, al turco, al neoclassico e pompeiano, opere di artisti tra i più richiesti del periodo come Giuseppe Velasco o Vincenzo Riolo.

La visita comincia dal piano nobile col Salone delle Udienze, le cui pareti sono decorate da raffinatissimi pannelli di seta dipinta di manifattura cinese. Nell’ala destra c’è la Sala da gioco e la Sala da pranzo, che ha pareti affrescate con scene di vita quotidiana cinese ed al centro l’interessante tavola matematica, ispirata a quella voluta da Luigi XV per la reggia di Versailles. Si tratta di un ingegnoso metodo che consentiva, attraverso un sistema di funi, di spostare i piatti nelle cucine sottostanti senza dover incontrare la servitù. Nell’ala sinistra si trova la Stanza da letto del Re, col soffitto dipinto con pavoni, simbolo della dignità regale, ed il baldacchino ottagonale sotto il quale c’era il letto. Al secondo piano si trovano gli appartamenti della regina Maria Carolina, con il Salottino alla Turca, il Salone Pompeiano, con affreschi ispirati alle scoperte archeologiche di Ercolano e Pompei, il Gabinetto delle pietre dure caratterizzato da motivi ad intarsio e la Camera da letto in stile neoclassico con i sette ritratti a medaglione raffiguranti la famiglia reale. Nel percorso, l’ultimo piano da visitare è il seminterrato, in cui si possono ammirare la Sala da ballo in stile Luigi XVI, la splendida Sala delle Rovine, decorata con un trompe-l’oeil che simula un edificio termale classico in rovina, e la Sala da bagno con una grande vasca in marmo incassata nel pavimento.

Cattedrale di Palermo

Intitolata a Ss. Maria Assunta, la Cattedrale di Palermo è la summa degli stili architettonici succedutisi nei secoli e oggi Patrimonio UNESCO. Venne costruita per volontà dell’arcivescovo Gualtiero Offamilio tra il 1179 e il 1185 su una precedente moschea gami.

La struttura originaria del XII sec. si rifà al modello dell’ecclesia munita (chiesa-fortezza), riscontrabile ancora nelle torri scalari che bloccano all’estremità l’edificio e nel decorativismo bicromo tipico del periodo guglielmino, visibile in particolar modo nelle bellissime absidi estroverse che prospettano su piazza Sett’Angeli. Le prime modifiche sono del XIV sec. e riguardano l’elevazione dei campanili nelle quattro torri, per accentuare il verticalismo della Cattedrale. Il vasto piazzale antistante, già spazio cimiteriale, venne ampliato e reso regolare nel 1452 e successivamente arricchito dalla grande balaustrata con statue di santi, alcuni dei quali collegati alla storia della città. L’ingresso attuale, che originariamente si trovava su via Matteo Bonello sotto l’arco maggiore, venne reso tale nel 1453 grazie all’inserimento del portico, capolavoro dello stile gotico-catalano. Vennero utilizzate delle colonne di riporto di cui la prima a sinistra reca sul tronco un’iscrizione coranica, presumibilmente proveniente dall’antica moschea. Le trasformazioni più invasive risalgono al 1781 quando l’architetto Ferdinando Fuga ampliò le navate laterali sormontate da cupolette maiolicate e aggiunse la grande cupola centrale.

L’interno è chiaramente rivisitato in stile neoclassico. La pianta è stata trasformata in una struttura a croce latina molto allungata e si smantellò il retablo di Gagini, composto da 42 statue di santi divise in tre ordini, statue oggi riposizionate lungo la navata centrale. Anche i soffitti lignei vennero sostituiti con altri in muratura. Molti però sono i capolavori di rilievo all’interno come le Tombe Reali a sinistra dell’ingresso. Ricordiamo i sarcofagi in porfido di Federico II, di Ruggero II, di Arrigo VI e di Costanza d’Altavilla, di Costanza D’Aragona, prima moglie di Federico II, e di Guglielmo duca d’Atene.

Alla fine della navata destra si ammira la Cappella di Santa Rosalia, patrona di Palermo. Qui, in un’urna in argento, sono conservate le sue reliquie. Degna di nota la cappella che accoglie la tomba del Beato Padre Pino Puglisi, assassinato dalla mafia nel 1993.

Nel presbiterio si conservano parte dei pavimenti normanni intarsiati e, sulla sinistra, il trono episcopale con decorazioni musive. Tra la navata destra e la centrale vi è una meridiana progettata nei primi anni dell’800 da Giuseppe Piazzi.Un foro gnomonico, visibile nella penultima cupola della navata destra, illumina a mezzogiorno il segno zodiacale del mese posto al lato dell’asta del pavimento.

Imperdibile, infine, il Tesoro, che conserva la corona di Costanza d’Aragona, capolavoro dell’oreficeria medievale, e la cripta con i sarcofagi degli arcivescovi palermitani.

Castello della Zisa

Gioiello dell’architettura araba e della monumentalità normanna, il Castello della Zisa venne costruito nel 1165 dal normanno Guglielmo I e completato nel 1175 da Guglielmo II. Creato come dimora estiva nelle vicinanze della città, era legato agli otia dei sovrani normanni come luogo di riposo e di svago. I Normanni erano attratti dalla cultura dei loro predecessori arabi e vollero residenze ricche e fastose come quelle degli emiri. La Zisa venne così realizzata alla maniera araba da maestranze musulmane, guardando ai modelli dell’edilizia palaziale dell’Africa settentrionale.

Il nome deriva dall’arabo al-Aziz e vuol dire “la splendente“.

Originariamente si trovava inserita nel grande parco del Genoardo, dall’arabo jannat-al-ard ( “paradiso della terra”), al di fuori delle mura, in zone bagnate da fiumi dove cresceva una fitta vegetazione di alberi da frutto come palme, melograni, agrumi e di fiori come gelsomini e rose. La Zisa ha forme perfette. Si tratta di un parallelepipedo, simbolo della stabilità e finitezza dell’uomo, che tende ad un verticalismo accentuato, simbolo della tensione verso il trascendente. Il palazzo è stato edificato con un avveniristico sistema costruttivo. E’ orientato a nord-est, verso il mare, da cui soffiava la brezza marina che veniva raffreddata dall’acqua della fontana centrale e poi dalla peschiera all’interno del palazzo per circolare fresca al suo interno. L’aria calda, che invece tende a salire, veniva espulsa attraverso un sistema di aperture e canne di ventilazione collocate nelle torrette laterali.

Il palazzo venne trasformato nel XV sec. in un centro di attività agricola, quando venne aggiunta la merlatura a suo coronamento. Nel 1634 venne acquistato dalla famiglia Sandoval, che l’adattò a residenza aggiungendo dei balconi e lo stemma all’esterno. Nel XIX sec. passò ai Notarbartolo e infine acquisito dalla Regione Siciliana.

Oggi è Patrimonio UNESCO e sede del Museo di Arte Islamica, dove si possono ammirare importanti manufatti provenienti da Paesi del bacino del Mediterraneo. Tra gli ambienti più importanti si distingue la Sala Belvedere, all’ultimo piano del palazzo, esposta verso il Monte Cuccio da un lato e il mare dall’altro. Originariamente scoperta, aveva al centro un impluvium (ancora visibile) per la raccolta delle acqua piovane. E’ imperdibile la Sala della Fontana che rappresenta un salsabil, ovvero un ambiente nobile in cui la presenza di una fonte ricorda uno dei corsi d’acqua del paradiso coranico. L’acqua sgorgava al di sotto di un’aquila mosaicata mentre la decorazione superiore, eseguita da maestranze bizantine, raffigura pavoni e cacciatori con l’arco teso verso gli alberi. Arricchiscono questo spazio e tutto il resto dell’edificio splendide muqarnas (volte alveolate) e nell’intradosso dell’arco un affresco raffigurante I diavoli della Zisa: figure mitologiche, secondo una leggenda popolare, demoniache per il fatto che non si possono contare.

Palazzo Bologni di Villafranca Alliata

Palazzo di Villafranca Alliata è una dimora nobiliare che si affaccia sul lato occidentale della piazza Bologni, scenografico slargo che si apre lungo il Cassaro, principale arteria cittadina. Fu costruito nel XVII secolo da Francesco Alliata e Paruta sul sito di un precedente palazzo cinquecentesco del barone di Montefranco Aloisio Bologna, famiglia che diede il nome alla piazza antistante (oggi Bologni) conosciuta anticamente come “piano d’Aragona”. Gli Alliata trasformarono l’antico palazzo in una sontuosa dimora nobiliare, occupando quasi per intero l’isolato fino al Cassaro. Danneggiato dal terremoto del 1751, fu restaurato dagli’architetti. Vaccarini e Ferrigno assumendo l’attuale aspetto tardo-settecentesco.

Il prospetto è caratterizzato da due grandi portali fiancheggiati da nicchie con statue e ornato da due trofei con le armi della famiglia retti da putti di scuola serpottiana.

“In questa illustre casa il 27 maggio 1860 per sole due ore posò le stanche membra Giuseppe Garibaldi….”,  è l’iscrizione che campeggia nella lapide al centro della facciata a ricordo della sosta che Giuseppe Garibaldi fece in questo palazzo nel 1860.

L’interno, oltre agli ambienti di servizio ed a quelli domestici, comprende vasti saloni e una galleria lunga 23 m., la Sala della musica, l’appartamento del principe, e il Salone da ballo. Degna di nota la Stanza di cuoio o fumoir, interamente rivestita in cuoio pirografato e dorato. Essa fu realizzata attorno alla metà del ‘900 per volontà di Enrico Alliata e della moglie Sonia Ortuzar, come si constata anche dagli stemmi impressi nel cuoio. Arredato in stile Louis Philippe e adibito a stanza del fumo, costituisce un unicum nel panorama delle dimore nobiliari palermitane, assieme al Salottino in cuoio di Palazzo Mirto. Le stanze hanno ricercate decorazioni in stucco realizzate da Bartolomeo Sanseverino e il mobilio è di raffinato e pregevole gusto rococò, specialmente per le boiseries in legno dorato. I soffitti dei saloni del piano nobile vennero affrescati da Gaspare Serenario con la Gloria dei principi Alliata e San Dazio in adorazione della Vergine. Il palazzo ospitava una delle più importanti collezioni d’arte della città, di cui sono ancora visibili la famosa Crocifissione del pittore fiammingo Antoon Van Dyck e le due magnifiche tele di Matthias Stom Il tributo della moneta e La lapidazione di Santo Stefano.

Per quattro secoli è stata la principale dimora della famiglia Alliata a Palermo, fino a quando la principessa Rosalia Correale Santacroce, proprietaria dell’edificio, lo destinò alla Diocesi di Palermo per il seminario arcivescovile. Nel corso della II guerra mondiale il palazzo subì gravi danni e questo comportò interventi di restauro tra il 1950 e il 1960, con conseguenti trasformazioni che mutarono per sempre l’aspetto originale del piano nobile e degli ammezzati.

Santa Maria dell’ammiraglio

La chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, costruita nel 1143 per volere di Giorgio d’Antiochia, ammiraglio del re normanno Ruggero II, fa parte dell’itinerario UNESCO arabo-normanno. Venne costruita come una chiesa isolata sulle mura dell’antica città nei pressi di un convento di monache benedettine. Aveva una struttura diversa da quella attuale, risultato di una serie di trasformazioni e aggiunzioni.

La sua forma originaria era un cubo sormontato da una cupola, la pianta era a croce greca ed era separata dal campanile per mezzo di un nartece, un cortile scoperto. Vi si celebrava il rito greco-ortodosso. Conosciuta anche come La Martorana per via del fatto che nel 1484 Goffredo e Eloisa Martorana, fondatori del vicino convento, ottennero la cessione della chiesa collegandola al suddetto convento. Per adattarla alle esigenze del rito latino, la sua pianta venne trasformata in una più allungata croce basilicale chiudendo il nartece, che divenne il coro della chiesa.

La facciata attuale, che prospetta su piazza Bellini, risale al 1750 ed è stata realizzata da Nicolò Palma con forme mosse e convesse. La torre campanaria però è sempre stata utilizzata come ingresso. La decorazione interna lascia senza parole per il sincretismo e la sintesi di diversi stili che stupiscono anche l’occhio più allenato. Il sottocoro, affrescato con La Gloria dell’ordine benedettino, opera settecentesca di Olivio Sozzi, è scandito da otto colonne provenienti dal precedente portico normanno, infatti si nota un’iscrizione islamica nella seconda colonna da destra. Proseguendo verso la parte più antica della chiesa, a destra e a sinistra, si possono ammirare due mosaici dal significato storico e politico che originariamente erano posti sulla facciata: sulla destra il Ruggero II incoronato da Cristo rivela la concezione teocratica del potere normanno, mentre il Giorgio d’Antiochia ai piedi della Vergine regge un’iscrizione come testimonianza che egli ha eretto la chiesa in suo onore.

Gli splendenti mosaici dorati nella parte centrale della chiesa risalgono al XII sec.; qui prevale l’iconografia mariana, tema non molto comune nelle chiese bizantine. Vengono raffigurate la Natività e la Dormitio Virginis mentre il centro della cupola è decorato con il Cristo Benedicente assiso in trono i cui piedi poggiano sulla terra. E’ circondato da arcangeli, profeti nel tamburo ed evangelisti nelle nicchie. Nelle absidi laterali troviamo i ritratti dei genitori di Maria: Gioacchino a sinistra e Anna a destra. Nell’abside maggiore vi era il mosaico raffigurante la Madonna in Trono, oggi sostituita da una decorazione a marmi mischi seicenteschi e affreschi di A. Grano con, al centro, la tavola dell’Ascensione di Vincenzo da Pavia, I pannelli del presbiterio ed il pavimento sono originari e formati da materiali provenienti da altri monumenti e ivi reimpiegati. Elementi vegetali e il cielo stellato fanno da cornice a tutto questo incredibile capolavoro.

San Cataldo

Ubicata accanto alla gemella chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, San Cataldo è stata anch’essa edificata da un ammiraglio, Majone da Bari, al tempo della reggenza del normanno Guglielmo I, dopo il 1154. La chiesa di San Cataldo è il tipico prodotto delle maestranze arabe a servizio di committenti cristiani e per questo inserita nel circuito arabo-normanno, Patrimonio dell’Umanità.

Era la cappella privata di un sontuoso palazzo, oggi inesistente, appartenuto allo stesso Majone. Nel 1161 diventa proprietà dell’Ammiraglio Silvestro di Marsico, il quale vi seppellisce la figlia Matilde, come risulta da una lapide sepolcrale conservata all’interno. Nel corso dei secoli cambia diversi usi. Guglielmo II, ad esempio, la dona ai Benedettini di Monreale che la utilizzano come luogo per la cura degli Infermi. Nel 1787 la cappella viene trasformata in un ufficio postale e vengono inglobate le cupole entro un tetto ligneo e coperti i bellissimi pavimenti in mosaico, oggi ben visibili in seguito ai restauri di Giuseppe Patricolo condotti dal 1882 al 1885. I pavimenti, fiore all’occhiello dell’apparato decorativo della chiesa, mostrano i disegni tipici della tradizione aniconica islamica e sono costituiti da materiali di riporto in marmi e porfido.

La forma è quella di un parallelepipedo, composta in blocchi ben squadrati disposti a strati orizzontali. Ogni finestra ha grate di pietra intagliata che riproducono fedelmente i disegni originali. Corona l’edificio una merlatura araba e le tre cupole emisferiche di colore rosso. E’ molto suggestivo l’interno, in cui si apprezza la nudità delle pareti dovuta, forse, all’improvvisa morte di Majone da Bari che impedì il completamento musivo. La chiesa si compone di tre navate, i cui archi sono retti da colonne con capitelli di diversi stili e decori. La navata centrale è scandita da una successione di tre vani sormontati dalle cupole mentre le laterali sono coperte da volte a crociera incassate nel muro e non visibili dall’esterno. L’altare originale riporta incisi una croce e i simboli dei Quattro Evangelisti: Leone (Marco), Vitello (Luca), Uomo (Matteo), Aquila (Giovanni).

Dal 1937 la chiesa appartiene all’Ordine Equestre dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Cappella delle dame

La cappella delle Dame è stata edificata dalla congregazione segreta delle Dame del giardinello appartenenti all’alta aristocrazia palermitana sotto il titolo dell’ “Aspettazione del Parto della Vergine”. La congregazione sorse con lo scopo di assistere le partorienti di origini umili del quartiere dell’Albergheria, dov’è ubicata la cappella.

A Natale e a Pasqua venivano infatti loro distribuiti i cosiddetti “canestri” contenenti il corredino per il neonato realizzato a mano dalle consorelle. La congregazione era retta da una Preside o Superiora, eletta annualmente ma, quando la corte di Ferdinando IV di Borbone si rifugiò a Palermo in fuga da Napoli, il titolo fu assunto dalla regina Maria Carolina. Da allora la carica spettò alle regine delle corti, inclusa Margherita di Savoia.

All’interno dell’oratorio le dame si riunivano ogni venerdì, una volta al mese per pregare per le partorienti e per le consorelle defunte, durante la novena di Natale e in Quaresima per gli esercizi spirituali. La struttura dell’edificio ricalca quella degli oratori palermitani e risale alla fine del XVI inizio del XVII secolo. L’aula è di forma rettangolare con pregiatissime panche ai lati, dove sedevano le consorelle. Alle pareti sono realizzate finte architetture e finti rilievi a stucco entro cui sono rappresentati i Misteri opera della bottega di Antonino Grano, che ha affrescato il centro della volta con Il trionfo della Vergine risalente al XVIII sec.

La parete del presbiterio è dipinta a trompe l’oeil, simulando lo sfondo con finte architetture che disegnano un deambulatorio che comprende due statue dipinte raffiguranti i santi Pietro e Paolo. Sopra l’altare si può ammirare una tela raffigurante la Madonna del Parto di anonimo pittore siciliano mentre di fronte, addossato alla parete della contro facciata, si trova lo stallo ligneo intarsiato della presidenza, sormontato in alto da una tela rettangolare che raffigura L’ultima cena. Particolare interessante, tra le opere custodite nell’ oratorio vi è una copia seicentesca su tela dello Spasimo di Sicilia di Raffaello Sanzio, oggi al Museo del Prado di Madrid ma un tempo conservato nell’omonima chiesa di Palermo.

La cappella è preceduta da un anti-oratorio e un “giardinello” (da cui prese il nome la congregazione) che conserva un pavimento maiolicato ottocentesco. La congregazione, ancora esistente e formata da sole donne, oggi si occupa di aiutare neo mamme italiane e immigrate in condizioni disagiate.

San Giovanni degli Eremiti

Ubicata nei pressi del Palazzo Reale, la chiesa di San Giovanni degli Eremiti, è stata costruita dal re normanno Ruggero II d’Altavilla tra il 1130 e il 1148. Si tratta di uno dei più formidabili esempi di stratificazione architettonica poiché edificata su un precedente edificio pagano, divenuto monastero gregoriano dedicato a S. Ermete del 581 e da cui proviene l’etimo “eremiti”, e successivamente su un edificio islamico del X sec. non meglio identificato, presumibilmente una moschea.

Con la costruzione normanna, la chiesa si inserì all’interno di un complesso monumentale affidato da Ruggero ai benedettini e che comprendeva un monastero con dormitorio e refettorio, un cimitero e il chiostro. Successivamente, il prestigio del convento venne meno. Nel corso del XVI sec. la chiesa fu inglobata interamente in un’altra costruzione e, alla fine del XIX sec., l’architetto Giuseppe Patricolo si occupò di un esteso lavoro di restauro nel tentativo di restituire il complesso all’originario splendore, demolendo gli ampliamenti cinquecenteschi e dando all’edificio l’aspetto attuale.

La chiesa è un gioiello dell’architettura normanna, Patrimonio UNESCO, costruita come gli altri edifici del periodo secondo forme islamiche, risultato di una sintesi di culture diverse come quella orientale e quella cristiana avallate da un sovrano colto e illuminato come Ruggero II. La sua è un’architettura fatta di forme geometriche semplici, composte da conci di tufo squadrati ed intervallati da finestre ogivali in origine coperte da transenne in gesso che un tempo schermavano la luce e che consentivano di ottenere al suo interno particolari effetti di luce e ombra.

La struttura è cubica, sormontata da cupole di origine fatimita dal forte valore simbolico in quanto il quadrato rappresenta la terra e il cerchio il cielo. Entrando si percorre un delizioso giardino ottocentesco di tipo romantico, popolato di piante esotiche, varie tipologie di palme, nespoli, melograni, agrumi, allori, ulivi, agavi che conferiscono grande fascino a tutto l’insieme. L’interno della chiesa è spoglio e si possono apprezzare le volumetrie dei suoi ambienti. Ha una pianta a croce commista a forma di T, è orientata ad est ed i suoi vani sono sormontati da cinque cupole emisferiche.

Durante i restauri del 1880 fu portato alla luce, a destra del transetto della chiesa, un più antico edificio islamico, con una sala rettangolare dalla funzione incerta. In epoca normanna, e anche successivamente, la sala fu adibita ad usi religiosi cristiani. Lo testimoniano gli affreschi medievali superstiti raffiguranti La Madonna in trono tra S. Giovanni benedicente e S. Giacomo o Ermete, di dubbia datazione.

Quello che resta dell’antico monastero benedettino è il chiostro di forma rettangolare, composto da archi a sesto acuto retti da colonnine binate simili a quelle del chiostro di Monreale. La sua posizione a ovest della chiesa è atipica, forse dovuta alla presenza dei locali del monastero, cronologicamente anteriori.

Oratorio del rosario in Santa Cita

All’Oratorio del Rosario in Santa Cita si accede tramite uno scalone in marmo che porta a un loggiato cinquecentesco ornato col busto di Giacomo Serpotta, illustre stuccatore palermitano che operò in Sicilia tra il XVII e il XVIII sec. Qui egli è immortalato in una scultura di Antonino Ugo che ci ricorda il volto dell’autore della raffinata decorazione dell’interno dell’oratorio. Sul loggiato si apre un anti-oratorio dove, alle pareti, sono disposti i ritratti dei Superiori della Compagnia del Rosario in Santa Cita, costituitasi nel 1570 per occuparsi di opere assistenziali e della remissione dei peccati attraverso forme di indulgenza plenaria.

La Compagnia era una delle più prestigiose in città e decise di costruire nel 1685 uno dei più sontuosi e ricchi oratori di Palermo. L’interno, ad aula rettangolare, è un capolavoro di Giacomo Serpotta, che lavorò prima alla decorazione delle pareti e poi del presbiterio. Lungo la parete sinistra, all’interno di teatrini prospettici, sono raffigurati i Misteri Gaudiosi (Annunciazione, Visitazione, Natività, Circoncisione, Gesù tra i Dottori); in quella di destra i Misteri Dolorosi (Gesù nell’Orto, Flagellazione, Coronazione di Spine, Salita al Calvario e Crocifissione).

Ciascun teatrino è affiancato da figure femminili come le allegorie delle Virtù e coronato superiormente da gruppi di dolcissimi puttini che giocano ad imitare le scene rappresentate. Il nervo iconografico dell’oratorio si trova lungo la parete opposta all’altare dove un ampio drappo, sorretto e spiegato da paffuti putti come fosse un sipario, raffigura i Misteri Gloriosi (Resurrezione, Ascensione, Pentecoste, Assunzione e Incoronazione di Maria) che fanno da contorno alla gigantesca e centrale rappresentazione della battaglia di Lepanto. Fu uno scontro navale combattuto tra Cristiani e Ottomani il 7 ottobre 1571 e risoltosi con la vittoria dei Cristiani grazie all’intercessione della Vergine del Rosario raffigurata qui su una nuvola in alto.

Sulla mensola sotto la scena centrale sono rappresentati due fanciulli: il Cristiano e il Musulmano, quindi il vincitore e lo sconfitto, entrambi con espressioni tristi in quanto comunque vittime della guerra e simbolo della dichiarata condanna del Serpotta verso ogni forma di violenza. Sull’arco che immette nel presbiterio si trova l’allegoria della Fede e ai lati le due belle statue mariane di Giuditta ed Esther. Sopra l’altare in marmo si può ammirare la tela di Carlo Maratta del 1695 raffigurante La Madonna del Rosario. Completano l’arredo dell’aula i pavimenti in marmo policromo e le panche in ebano e madreperla, sostenute da mensole intagliate in legno con figure zoomorfe su cui sedevano i membri della Compagnia. Una curiosità riguarda la firma di Giacomo Serpotta che si può vedere accanto la prima statua della parete di sinistra e che consiste in una lucertola, derivante dalla sicilianizzazione del suo cognome in “serpuzza” che significa “piccola serpe o lucertola”.

Chiesa Di Santa Maria dello Spasimo

La chiesa di Santa Maria dello Spasimo venne costruita nel 1509 dai monaci olivetani sui terreni del quartiere della Kalsa donati dal giureconsulto Basilicò. Si tratta di un complesso monumentale di affascinante bellezza che comprendeva in origine anche un convento, attualmente sede della scuola di jazz “Brass Group”. La chiesa, oggi sconsacrata e senza tetto, è un interessante esempio di architettura tardo-gotica di influenza iberica che, nonostante le trasformazioni, mostra ancora oggi l’imponenza della sua struttura. Ne è un esempio l’abside poligonale coperta da una volta stellare costolonata.

Nella cappella Basilicò, nel 1520 venne conservato dentro una cornice in marmo, opera di Antonello Gagini, il pregiatissimo quadro Lo Spasimo di Siciliadipinto dal grande Raffaello Sanzio. Nel 1661 venne sventuratamente regalato al re Filippo II di Spagna perché intercedesse in una discordia tra i monaci olivetani e l’abate del convento di S. Spirito. Oggi è infatti esposto al Museo del Prado di Madrid. Nel 1536 la chiesa divenne inagibile per l’edificazione del bastione costruito a ridosso dell’edificio con lo scopo di rafforzare le mura della città, per cui i padri olivetani furono costretti a trasferirsi al convento di S. Spirito fuori la cinta muraria. La chiesa venne quindi inglobata nel bastione e lo spazio intermedio venne riempito da un terrapieno, oggi divenuto un lussureggiante giardino, che la nascondeva dall’esterno.

Nel corso dei secoli cambiò i più svariati usi. Divenne dapprima un magazzino di proprietà del Senato palermitano, poi un teatro, mentre durante la peste del 1624 fu trasformato in lazzaretto. Dal 1835 al 1985 l’intero complesso monumentale fu ospizio di mendicità, nosocomio e poi l’Ospedale Principe Umberto I. Durante i bombardamenti della II guerra mondiale divenne anche “ricovero” delle opere d’arte utilizzato per depositare materiale artistico dei monumenti danneggiati. Nel 1988, poiché l’intero complesso versava in una condizione di grave abbandono, venne restaurato e messo in sicurezza dall’ amministrazione locale. Oggi è utilizzato per manifestazioni culturali come eventi, concerti, spettacoli, festival, performance o cinema all’aperto.

L’ingresso in questo luogo è formato da un atrio, dove è stato riportato alla luce il portico orientale del chiostro. Attraversandolo in senso nord-sud si arriva alla chiesa, oggi priva di copertura, e utilizzata nel XIX sec. come giardino dell’ospedale. Ai piani superiori restano le sale di degenza e, a sud della chiesa, un grande giardino, un tempo adiacente al bastione, dove oggi si può piacevolmente passeggiare.

La Cuba

Il Palazzo della Cuba è una tra le testimonianze più enigmatiche dell’architettura siciliana medievale e, nonostante nel corso dei secoli se ne siano occupati molti studiosi, la sua storia più antica è parecchio lacunosa. Non si conosce con certezza l’origine e il significato del nome dell’edificio “cuba”, che potrebbe alludere alla presenza di una cupola, ipotesi smentita dal fatto che non che non ve n’è mai stata una.

Dubbia è anche la destinazione originaria di questo luogo, che sorgeva immerso in una grande peschiera circondato da un giardino di rara bellezza, in lingua araba chiamato gianat-al-ard ossia “paradiso della terra”. Costruito nel 1180 da Guglilemo II il normanno, come da iscrizione epigrafica in arabo scolpita a coronamento del palazzo, era uno dei sollazi regi, luogo in cui il re soggiornava nelle ore diurne, assisteva alle cerimonie e riposava durante le giornate calde d’estate. La costruzione è ad un solo piano, diviso in tre ambienti allineati e comunicanti tra loro e non ha appartamenti privati.

Dall’esterno, l’edificio si presenta di forma rettangolare. I muri spessi e le poche finestre erano dovuti ad esigenze climatiche, offrendo maggiore resistenza al calore del sole. Inoltre, la maggior parte delle finestre si apriva sul lato nord-orientale, perché riceveva con più facilità i venti freschi provenienti dal mare, temperati ed umidificati dalle acque del bacino circostante. Con la fine del regno normanno quel giardino del paradiso e il suo bel palazzo attraversano una lunga fase di decadenza. Prima devastati dagli oppositori del principe Tancredi, nelle lotte di successione degli Altavilla, subiranno poi incendi e devastazioni durante l’assedio angioino del 1325. Qui Boccaccio, fra il 1348 ed il 1353 ambienta la novella del Decameron che narra la prigionia della giovane Restituta, rapita ad Ischia. Nel 1395 Papa Martino I ordina di prelevare dalla Cuba marmi, colonne e, forse, anche la fontana della sala centrale per abbellire il proprio palazzo di Barcellona. Dal 1575 la Cuba viene utilizzata come lazzaretto, sugli argini della peschiera vengono costruiti degli edifici per ospitare i palermitani flagellati dalla peste.

Alla fine dell’epidemia, il palazzo e gli altri edifici rimasti inutilizzati vengono trasformati a scopi militari perché ceduti a un gruppo di mercenari borgognoni impiegati come guardia viceregia nel periodo della dominazione spagnola in Sicilia. Durante i moti rivoluzionari anti-borbonici del 1848 la Cuba subisce seri danni per l’assalto dei rivoltosi.

Finalmente nel 1921 il palazzo viene ceduto dal Ministero della Guerra a quello della Pubblica Istruzione e inizia una complessa opera di restauro, di gusto a volte discutibile, che con pause e intervalli restituisce il suo splendore ai cittadini nel 1996.

San Giuseppe dei Teatini

Situata sul corso Vittorio Emanuele II e inserita nella meravigliosa cornice dei Quattro Canti, la chiesa di San Giuseppe dei Teatini è l’orgoglio del barocco palermitano. E’ stata costruita per volere dei padri teatini, trasferitisi in questo luogo dopo aver vissuto nel convento nei pressi della chiesa della Catena, oggi archivio di Stato. Tra il 1612 e il 1645 chiesero all’architetto Giacomo Boesio di costruire una chiesa monumentale che conserva oggi un ricchissimo apparato decorativo.

La facciata è sontuosa tanto che si racconta dello stupore dei cittadini alla vista delle colonne di marmo alte dieci metri. Il prospetto su via Maqueda è di rara bellezza e impreziosito da una balaustra dove si alternano lanterne sovrapposte alle cupole. Ad angolo si può ammirare un sinuoso campanile retto da barocche colonne tortili. Domina l’intero edificio la maestosa ed elegante cupola, progettata da Giuseppe Mariani nel 1724, ricoperta di maioliche e chiusa da un lanternino. Il sontuoso interno è diviso in tre navate da colonne monolitiche in pietra grigia e la decorazione è ricchissima. Tutti i soffitti sono interamente affrescati, le pareti e le cappelle sono rivestiti di marmi mischi, corredati da altari di pietre semi preziose.

Le monumentali cappelle laterali conservano opere di grande pregio, come la quarta cappella sul lato destro, dedicata alla Madonna di Trapani, che presenta un’elaborata decorazione a marmi mischi e colonne tortili a rilievo. Il presbiterio, in marmi policromi, è particolarmente fastoso e la volta è decorata da un tripudio di stucchi dorati e affreschi, opera di Andrea Carrera e Giacinto Calandrucci.

Degno di nota l’altare del lato sinistro del transetto, in marmi policromi, che conserva la tela di San Gaetano, opera del celebre Pietro Novelli. La cripta sotterranea, cui si accede dal vestibolo d’ingresso, è la chiesa della Madonna della Provvidenza. Essa ha la stessa estensione planimetrica della chiesa superiore, nei pressi della quale sgorga un’acqua ritenuta miracolosa, oggi incanalata in una fontana nel piccolo cortile sul lato destro della chiesa. Gravemente danneggiata dai bombardamenti della II guerra mondiale, è stata riaperta al culto negli anni Sessanta.

Palazzo Mirto

Palazzo Mirto è uno dei pochi palazzi nobiliari rimasto intatto nella sua struttura e negli arredi originari, tanto da essere classificato come casa-museo. Il palazzo è appartenuto per quattro secoli alla famiglia Filangeri, ricordata come la più importante famiglia nobiliare in Sicilia perché discendente dei Normanni. Il primo ad acquisire nel 1645 il titolo di “Principe di Mirto”, dal nome di un feudo del territorio di Messina, fu Giuseppe Filangeri e De Spuches.

Il palazzo è stato abitato ininterrottamente fino al 1982 quando l’ultima discendente, Maria Concetta Lanza Filangeri di Mirto, lo donò alla Regione Siciliana secondo le volontà del fratello Stefano affinché fosse conservato nella sua integrità e aperto al pubblico. L’edificio è oggi il risultato di parecchie trasformazioni. Quando entrò a far parte della proprietà dei Filangeri nel 1594 vennero inglobate anche una parte di case del XIII sec. appartenute a un’antica famiglia pisana.

La struttura attuale risale alle trasformazioni sette-ottocentesche ed è una preziosa testimonianza delle abitudini e dello stile di vita della nobiltà palermitana. Il palazzo si affaccia sull’ ala via Merlo e sulla via Lungarini ed entrambi gli ingressi portano a un cortile centrale dove si possono visitare le cavallerizze, ancora ben conservate. Il palazzo si sviluppa su due piani: il primo dedicato agli ambienti di rappresentanza, il secondo destinato alla vita privata della famiglia. L’accesso al piano nobile avviene attraverso una pensilina ottocentesca di ferro dipinto e uno scalone in marmo rosso. Si susseguono, intorno a un cortile pensile, ambienti sontuosamente arredati, specchio dell’eccellenza del casato. Dal vestibolo d’ingresso si accede alla Sala Novelli, così chiamata per la presenza di un autoritratto del celebre pittore monrealese. Si passa al Salotto Salvator Rosa, alla Sala del Teatrino, a quella dei reperti, e al magnifico Salottino cinese arredato con mobili laccati e testimonianza del gusto per l’esotismo di moda tra la nobiltà del XVIII sec. Gli ambienti più rappresentativi della casa sono il Salone degli Arazzi e il Salone del Baldacchino.

Il primo, un tempo camera da letto dei Principi Filangeri, è decorato con arazzi databili dal XVI al XIX sec. e affreschi di Velasco con soggetti tratti dal mito di Amore e Psiche. Il Salone del Baldacchino è l’ambiente più raffinato del palazzo. Prende il nome dal grande arazzo con baldacchino raffigurante la presa della città persiana di Ariamaze da parte di Alessandro Magno, che costituisce il fondale del tronetto dove sedeva il principe durante i ricevimenti ufficiali. Questo salone si apre su un terrazzo decorato da una scenografica fontana barocca stile rocaille, ornata da una grotticina artificiale di rocce spugnose decorata da conchiglie e fiancheggiata da due voliere.

Il secondo piano si compone di stanze più intime, studi e biblioteche, riservate alla vita privata della famiglia, che custodiscono pregiate collezioni di armi, ceramiche e incisioni.

Solunto

Solunto, Mozia e Panormo, sono le città fondate dai Fenici in Sicilia tra i secoli VIII e VII a.C., nello stesso periodo in cui nella costa ionica dell’isola cominciava la colonizzazione greca. Il nome con cui conosciamo Solunto deriva dal greco soloeis che significa roccia. Il nome fenicio era probabilmente Kfr cioè “villaggio”.

La città venne fondata inizialmente sul promontorio di Solanto, saccheggiato e distrutto agli inizi del IV sec. a.C. da Dionisio I di Siracusa. La città venne quindi ricostruita sulle pendici del monte Catalfano, dove si trova oggi il sito archeologico. Secondo Diodoro Siculo la fondazione del nuovo centro urbano risale al 307 a.C., in seguito al trattato di pace tra Siracusa e le città puniche sconfitte, quando le milizie di Agatocle, reduci dall’Africa, riedificarono la nuova città.

Nel 254 a.C. Solunto si arrese ai Romani durante la prima guerra punica e venne probabilmente abbandonata dai suoi abitanti verso il III sec. d.C.. L’area archeologica, ripida e scoscesa, gode di una posizione geografica privilegiata, con una magnifica vista sul golfo di Casteldaccia. Superando un piccolo museo che conserva il mosaico pavimentale originale con la sfera armillare proveniente dalla casa di Leda, si inizia la salita lungo la via delle terme, in cui si può individuare l’antico sistema termale romano.

La città è interamente costruita secondo lo schema ippodameo – un sistema urbanistico a griglia inventato dall’architetto e urbanista greco Ippodamo da Mileto – in cui le strade incrociano ad angolo retto. Le case sono il cuore di questo sito, tanto da renderlo unico nel panorama archeologico siciliano. Sono disposte su terrazzamenti, appartenenti agli esponenti più prestigiosi della società soluntina del tempo. Si tratta di grandi case a peristilio su due piani: le stanze del piano terra si sviluppavano attorno a un peristilio, cioè un cortile centrale sostenuto da colonne di ordine dorico, mentre il piano superiore era di norma in stile ionico. La pavimentazione era interamente a mosaico, come dimostrano i ritrovamenti nella casa di Leda o nella casa delle Ghirlande.

Sulla via dell’Agorà, principale asse viario urbano, resta parte del peristilio, anche se ricostruito, nel cosiddetto “Ginnasio”. Tale definizione è erronea, in quanto la sua funzione non era quella di un gymnasium, ma era la casa privata di un ginnasiarca. Poco prima di arrivare all’agorà si trova un sacello sacro di epoca fenicio punica con i tre betili e i resti della stoà sul fianco della piazza. A chiusura, in fondo, si incontra l’enorme cisterna della città, un tempo coperta e di cui oggi restano solo le basi delle colonne. Nel terrazzamento in alto si possono scorgere i resti del teatro, di cui resta ancora parte della cavea e accanto il bouleuterion. Uscendo dal sito archeologico si attraversa l’interessante Antiquarium dove si conservano anfore fenicie e greche, resti della necropoli, brani della pittura parietale della casa delle Maschere e la statua di Musa.

Real casina di caccia di Ficuzza

La Real Casina di Caccia fu la tenuta estiva di Ferdinando IV di Borbone da dedicare alle battute di caccia, suo passatempo favorito. E’ immersa nella cornice suggestiva del bosco di Ficuzza, una riserva naturale che si estende per 7.397 ettari. Ferdinando di Borbone era arrivato in Sicilia alla vigilia di Natale del 1798 dopo la rivoluzione esplosa a Napoli, che costrinse lui e la moglie Maria Carolina a trasferirsi a Palermo. Ferdinando IV cominciò la costruzione della sua residenza nel 1799, lungo una via carrozzabile che portava a Corleone, borgo molto frequentato dall’aristocrazia palermitana, che spesso trascorreva la propria villeggiatura in questi luoghi lontani dall’afa cittadina.

La Real Casina di Caccia, realizzata a partire dal 1802, si caratterizza per la facciata rettangolare e severa dalle linee neoclassiche. Il progetto della palazzina venne redatto dall’ architetto regio Carlo Chenchi con modifiche apportate dall’ architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia. Presso la Galleria Regionale di Palazzo Abatellis a Palermo esiste, però un disegno originale tracciato da Ferdinando di Borbone stesso per la sua Casina di Ficuzza. Esso riporta l’immagine di un edificio a pianta pentagonale, idea evidentemente poi abbandonata.

All ’interno del palazzo, in cui Ferdinando IV visse ininterrottamente dal 1810 al 1813, è possibile visionare le camere, la cantina, la cappella privata, le stalle e i magazzini. I pezzi di arredamento originali vennero distrutti durante i moti del 1820-21, ma è ancora evidente, sul prospetto, il fregio che rappresenta il dio Pan, il dio pastore, della campagna e dei boschi, e la dea Diana, personaggio mitologico romano che personifica la caccia, entrambi a incorniciare lo stemma del casato borbonico. All’interno, un’imponente scalinata in marmo rosso conduce al primo piano, dove sono gli appartamenti reali. L’ambiente più bello e interessante è quello che originariamente fungeva da camera da letto del Re, uno spazio colonnato ed elegantemente affrescato dal soffitto alle pareti, probabilmente dal Patania, con fantasie mitologiche ispirate a Venere e Diana. La presenza di camini in marmo denota come la casina di caccia fosse frequentata anche nei gelidi inverni dell’alta montagna.

Nel 1884 la località venne raggiunta dalla linea ferroviaria, in esercizio fino al 1959. Ficuzza fu sede di una stazione e la linea attraversava il vasto bosco. Attualmente la stazione è sede di un suggestivo ristorante, “La Vecchia Stazione”. Dopo l’unità d’Italia, il Real Sito della Ficuzza passò all’Amministrazione Forestale dello Stato. Durante la II guerra mondiale vi si insediò un Comando militare tedesco, causando saccheggi e degrado. Dopo lunghi anni di abbandono il palazzo è stato finalmente riaperto al pubblico ed è sede del Museo Multimediale del bosco di Ficuzza, che diffonde tutte le informazioni relative all ’enorme biodiversità che caratterizza il parco e la storia di Ferdinando IV di Borbone durante la sua permanenza in Sicilia.

Cattedrale e Chiostro di Cefalu’

La Cattedrale di Cefalù fa parte dell’itinerario arabo-normanno patrimonio UNESCO. E’ stata costruita dal primo re normanno Ruggero II nel 1131 e dedicata al Ss. Salvatore. La leggenda narra che il re, tornando per mare in Sicilia, sarebbe stato colto da una violenta tempesta e, in pericolo di vita, avrebbe fatto voto di costruire una chiesa al Salvatore nel luogo in cui sarebbe approdato. Riparatosi a Cefalù, la Cattedrale sarebbe il compimento del voto regale.

Alla sua morte, nel 1154, soltanto la zona presbiteriale dell’edificio era stata completata del tutto secondo il progetto originario, proseguita da Guglielmo I, venne ultimata soltanto in età post – federiciana. Si accede in Cattedrale attraverso una scenografica scalinata che domina la piazza. La facciata si riferisce alla tipologia architettonica di una ecclesia-munita (chiesa-fortezza) ed è incorniciata da due torri coronate da cuspidi che simboleggiano i due poteri: il civile e l’ecclesiastico. L’interno è diviso in tre navate, che poggiano su otto colonne di granito per lato con capitelli classici e bizantini.

L’abside conserva ancora l’originale decorazione a mosaico. Spicca possente il Cristo Pantocratore che benedice con la mano destra e con la sinistra regge il libro aperto alla pagina del Vangelo di Giovanni sul capitolo della luce: “io sono la Luce, chi segue me non camminerà più nelle tenebre ma avrà la luce della vita”.

La parte sottostante è suddivisa in tre zone:

– nella prima è rappresentata la Vergine orante tra gli arcangeli;

– nelle due fasce sottostostanti interrotte da una monofora sono ritratti i Santi e gli Apostoli.

L’abside è coperta da una volta a crociera decorata da serafini e cherubini. Il resto della chiesa è frutto di trasformazioni e rifacimenti ma conserva delle opere di grande valore come la bellissima statua marmorea raffigurante la Madonna col bambino e la Dormitio Virginis sul basamento, capolavoro di Antonello Gagini. La cappella del Santissimo Sacramento custodisce un prezioso altare d’argento del XVIII sec. opera di artigiani palermitani. Il crocifisso dell’altare maggiore è un capolavoro della pittura su tavola quattrocentesca. Si tratta di una croce in legno dipinta sul recto e sul verso con la doppia immagine di Cristo crocifisso e Cristo risorto e attribuita a Guglielmo da Pesaro. L’interno, infine, è illuminato da 42 monumentali vetrate dipinte, rappresentanti i temi dell’ Esamerone, dell’ Evangeliario e dell’Apocalisse di Giovanni, realizzate dall’ artista palermitano Michele Canzoneri tra il 1985 e il 2001. Il chiostro è un esempio di scultura normanna, di cui oggi sopravvivono solo tre lati su quattro a causa dell’incendio del 1809 che distrusse l’ala orientale. Ha una pianta rettangolare, scandita da colonnine binate sormontate da capitelli riccamente scolpiti ciascuno diverso dall’altro, contenenti un raffinato programma teologico che va dalla creazione dell’uomo fino alla salvezza.

Duomo e Chiostro di Monreale

Il Duomo di Monreale, patrimonio UNESCO, è considerato uno dei monumenti più suggestivi costruiti in Sicilia per volere della corona normanna. Dedicato a Santa Maria la Nuova, è stato costruito nel 1174 da Guglielmo II, ultimo re normanno di Sicilia. La leggenda narra che Guglielmo II si fosse addormentato sotto un albero di carrubo e avesse sognato che la Vergine Maria gli disse che li avrebbe trovato un tesoro con cui costruire la Cattedrale per far si che tutti i suoi desideri si esaudissero.

L’edificazione della chiesa nasce, in realtà, dalla rivalità politica esistente tra Guglielmo II e l’arcivescovo di Palermo Gualtiero Offamilio, che portò il sovrano a costruire un’imponente Cattedrale per sottolineare l’importanza del regno.

La piazza Guglielmo II è dominata dalla facciata della Cattedrale, incorniciata tra due torri quadrangolari. Il portale del 1186 è opera di Bonanno Pisano ed illustra, nelle formelle in bronzo, il racconto biblico ed evangelico sviluppato sui mosaici dell’interno. La chiesa è un’eccezionale espressione dello stile arabo-normanno, che raggiunge qui l’apoteosi tecnica. Il metodo islamico delle decorazioni aniconiche nella parte inferiore delle pareti, nella bordatura a palme stilizzate e nel pavimento del presbiterio si sintetizza alla tradizione normanna e alla tecnica musiva bizantina. La chiesa è lunga 102 m e larga 40 m ed è ricoperta da circa 6.500 mq di mosaici, che rappresentano l’intero racconto biblico in più di 130 scene commentate da scritte in latino. Gli episodi dell’Antico Testamento sono raffigurati lungo le pareti della navata centrale, divisi in due livelli orizzontali, secondo una continuità narrativa strepitosa, in cui i mosaici sono legati in successione. La storia sacra continua nel presbiterio, dove si possono ammirare episodi del Nuovo Testamento,quali l’incarnazione di Cristo ed il battesimo, e due rappresentazioni molto significative come l’incoronazione di Guglielmo II ad opera di Cristo sotto il trono e la dedicazione di Guglielmo II, che offre la Cattedrale alla Madonna.

Il fulcro di tutta l’iconografia è il Cristo Pantocratore nell’abside centrale, che abbraccia tutto lo spazio. Sotto di lui la Madonna col bambino tra gli angeli e gli apostoli. A destra e a sinistra del presbiterio, invece, sono narrate le tentazioni di Gesù e le storie delle vite di S. Pietro e S. Paolo, ritratti nelle rispettive absidi laterali. Nell’ala destra del presbiterio sono conservati i sarcofagi di Guglielmo I, in porfido rosso, e di Guglielmo II detto “il Buono”. Il chiostro annesso alla chiesa, realizzato sul finire del XII sec., è scandito da arcate ogivali sorrette da 228 colonne binate di matrice fatimita con fusti decorati a mosaico o scolpiti. Un ricchissimo repertorio scultoreo decora i capitelli, tutti diversi, con motivi religiosi, antropomorfi e grafismi naturalistici. Si distingue, vicino alla fontana posta all’angolo del chiostro, il capitello di Guglielmo II che dedica la Cattedrale alla Madonna.

Piazza Pretoria

Piazza Pretoria è uno dei punti nevralgici di Palermo.

Sul lato sud si erge l’edificio civico più rappresentativo della città: il Palazzo delle Aquile, sede del Municipio. A est la piazza è delimitata dalla chiesa di S. Caterina e l’annesso convento di clausura e a nord dai palazzi Bonocore e Guggino Bordonali. Il lato ovest è chiuso dal fianco della chiesa di San Giuseppe dei Teatini, con la sua variopinta cupola in ceramica.

Fiore all’occhiello della piazza è la centrale fontana Pretoria, opera dello scultore toscano Francesco Camilliani, che la costruì nel 1554 per ornare la villa fiorentina di Eleonora, figlia di Don Pietro di Toledo. Acquistata dal Senato di Palermo nel 1575, venne riadattata alla nuova collocazione dal figlio dello scultore, Camillo Camilliani.

L’impianto è ellittico con vasche concentriche disposte su tre livelli, scale e statue che rappresentano divinità mitologiche, mostri, animali, delfini e sirene. La fontana venne ribattezzata “della Vergogna” a causa del turbamento che la nudità delle sue statue causava alle monache di clausura del vicino convento.

Chiesa del S.S. Salvatore

La chiesa del SS. Salvatore, costruita fra il 1682 ed il 1736 da Paolo Amato, è un vero capolavoro dello stile detto del barocco fiorito palermitano. La cupola è un punto panoramico sulla città. Fra le poche chiese di Palermo a pianta ellittica, è sormontata da un’imponente cupola coperta, all’esterno, da un loggiato che ripara l’interno dalle infiltrazioni d’acqua. L’interno è un trionfo di marmi mischi e tramischi, ovvero intarsiati, policromi e aggettanti. Nell’ampio spazio centrale della chiesa si aprono profonde cappelle, tra le più belle quella del fianco destro decorata da un magnifico crocifisso ligneo posto su un sipario in marmo mischio.

Gravemente danneggiata durante la II guerra mondiale, rimase chiusa per restauri per lungo tempo e, in un primo tempo, utilizzata come auditorium. Quando si entra, infatti, si ha la sensazione di essere in un teatro. Oggi è stata riaperta al culto.

Ponte dell’ammiraglio

Il Ponte dell’Ammiraglio, patrimonio dell’Umanità nell’ambito dell’itinerario “Palermo arabo-normanna”, è un monumento medievale situato in corso dei Mille.

E’ stato costruito nel 1132 da Giorgio d’Antiochia, ammiraglio del normanno re Ruggero II di Sicilia. Venne edificato per collegare il centro della città ai giardini, situati nei pressi del fiume Oreto, deviato però nel 1938 a causa dei continui straripamenti e non più visibile nel sito.

Il ponte è caratterizzato dall’utilizzo di conci di tufo. ben squadrati e dall’alternanza di dodici arcate, oggi in parte interrate, ma che permettevano al ponte di sopportare il peso di carichi pesanti. Resistette persino alla terribile alluvione di Palermo del 1931. La sua importanza storica è legata alla battaglia combattuta il 27 maggio del 1860 tra i garibaldini guidati da Garibaldi e le truppe borboniche poste di vedetta lì perché il ponte era un ingresso in città.

Chiesa di S. Francesco d’Assisi

La chiesa di S. Francesco d’Assisi è stata costruita tra il 1266 e il 1277 ma è oggi il risultato di una serie di trasformazioni succedutesi nei secoli.

Originariamente il soffitto ligneo della chiesa era inclinato, determinando il disegno del prospetto esterno. Le maggiori trasformazioni della facciata risalgono al 1872, quando il rosone originario andò perduto e sostuito da Giuseppe Patricolo con l’attuale, ispirato a quello della chiesa di Sant’ Agostino. Anche l’interno ha subito diverse modifiche, volute dalle maggiori famiglie palermitane che fecero aggiungere varie cappelle, che oggi formano i fianchi della chiesa stessa. Cappelle trecentesche, rinascimentali e barocche, si alternano all’ interno della chiesa. Ricordiamo rispettivamente la cappella dedicata a Santa Rosalia (prima a destra), quella che conserva un altorilievo di San Giorgio opera del 1526 di Antonello Gagini e la cappella dell’Immacolata, decorata a marmi mischi nel 1624 a spese del Senato palermitano.

Degne di nota le statue delle Virtù, in stucco, posizionate lungo la navata centrale, opera di Giacomo Serpotta del 1723.

Villino Florio

Il Villino Florio è considerato uno dei capolavori del liberty a livello internazionale.

E’ stato costruito da Ernesto Basile tra il 1899 e il 1902 al centro del Parco dell’Olivuzza, ormai scomparso, e commissionato da Ignazio Florio come una garçonierre da regalare al fratello Vincenzo allora sedicenne. Fu luogo di feste e ricevimenti sfarzosi, che ospitarono il bel mondo dell’aristocrazia e della borghesia palermitana e internazionale.

Vista la passione di Vincenzo per i viaggi, Ernesto Basile decise di ricreare nelle forme architettoniche tutte le tappe dei suoi soggiorni. Capriate nordiche si alternano a torrette di ispirazione francese, colonne romaniche a bugnati rinascimentali. L’intero complesso è arricchito da motivi floreali, inserti in ferro battuto e vetrate policrome.

Nel 1962, a causa di un terribile incendio, ha perduto gli interni che sono stati sapientemente ricostruiti durante i restauri del 2009 con l’ausilio di moderne tecnologie.

Catacombe dei cappuccini

Le catacombe dei Cappuccini sono un unicum nel panorama del macabro siciliano, tanto da essere state tappa obbligatoria del “Grand Tour”. Vennero scavate alla fine del Cinquecento dai frati cappuccini poiché lo spazio nelle fosse comuni all’interno dell’adiacente chiesa di S. Maria della Pace era saturo. Oggi, appese ai muri dei corridoi sotterranei, si vedono circa ottomila mummie divise per sesso e categoria sociale.

I corpi venivano mummificati dai frati stessi con un processo naturale, da loro inventato e perfezionato nei secoli. I corpi venivano svuotati degli organi e collocati per un anno nei colatoi per perdere i liquidi. Successivamente venivano lavati in acqua e aceto, riempiti di paglia e alloro, vestiti elegantemente e sistemati eretti dentro apposite nicchie.

In caso di morte per epidemia, si era soliti usare l’arsenico. Con questo metodo i defunti conservavano integre fisionomia, capelli, dentatura e a volte anche le cartilagini. Fra tutti, si segnala, in una teca sotto azoto, il corpo intatto di Rosalia Lombardo, morta all’età di due anni ed imbalsamata da Alfredo Salafia nel 1920.

Teatro Massimo Vittorio Emanuele

Imponente e monumentale, questo è il terzo teatro dell’Opera più grande d’Europa. È rimasto chiuso per oltre vent’anni e riaperto nel 1997.

Per fare posto a questo sontuoso edificio vennero abbattuti diversi monumenti: Porta Maqueda, il Monastero e la chiesa di S. Giuliano, e la chiesa delle Stimmate. Grande 7.730 mq, venne iniziato nel 1864 da Giovan Battista Filippo Basile e ultimato nel 1897 dal figlio Ernesto, che curò la parte decorativa dell’interno coinvolgendo artisti come Ettore De Maria Bergler, Rocco Lentini, Michele Cortegiani e Luigi Di Giovanni.

Il prospetto esterno, realizzato in pietra d’Aspra, è caratterizzato da un’ampia scalinata ai cui lati si ergono due leoni bronzei con statue allegoriche della Lirica e della Tragedia. La facciata si caratterizza per il pronao in stile corinzio e la grande cupola. Retrostante è l’alto corpo che ospita le macchine sceniche. Nel giardino del teatro svetta, su un piedistallo, il busto bronzeo di Giuseppe Verdi realizzato nel 1902 da Antonino Ugo.

Chiesa del Gesu’

La Compagnia di Gesù era attiva a Palermo dal 1549 e, nel 1564 ordinò all’architetto Giovanni Tristani l’innalzamento della chiesa del Gesù, divenuta una delle più ricche e sontuose della città. Per far posto all’ edificio vennero demolite cinque chiese, alcune ipogee, situate già dall’epoca medievale lungo il fiume Kemonia.

I lavori si conclusero nel 1633 sotto la guida di Tommaso Blandino, ma videro l’alternarsi di vari architetti, perché nessuno soddisfaceva i desideri di grandiosità della Compagnia. La facciata è stata realizzata nel 1600 dal secondo architetto, Natale Masuccio, secondo i canoni della controriforma. Le statue sulle porte raffigurano S. Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, S. Maria della Grotta e S. Francesco Saverio. La cupola barocca è rivestita di maioliche colorate nei toni del verde. L’interno è un altissimo esempio del barocco fiorito palermitano: il trionfo dei marmi mischi e tramischi celebra la ricchezza dell’ordine gesuita e la vittoria del cattolicesimo sul protestantesimo. I lavori interni vennero conclusi solo alla metà dell’Ottocento. Lo spazio è diviso in tre ampie navate su cui si aprono profonde cappelle laterali intercomunicanti.

Purtroppo, i bombardamenti del 1943 distrussero la cupola, la volta della navata centrale, del transetto e parte delle cappelle, tutte soggette a restauro mimetico, oggi visibile.

Palazzo Branciforte

Palazzo Branciforte è oggi uno spazio multidisciplinare, restituito alla città dopo il sapiente restauro del 2007 di Gae Aulenti. Nasce nel XVII sec. come dimora di Nicolò Branciforte e Lanza, conte di Raccuja. Ampliato da Giuseppe Branciforte, dopo la cessione al Senato palermitano divenne nel 1801 Monte dei Pegni.

Dal 2005 è sede della Fondazione Banco di Sicilia. Nello spazio museale sono esposte alcune importanti collezioni che spaziano dall’archeologia alla numismatica, dalla filatelia alla scultura. Nella Biblioteca della Fondazione sono conservati oltre cinquantamila volumi. Suggestivi sono gli ambienti una volta destinati al Monte dei Pegni, dedicato Santa Rosalia, patrona di Palermo e divenuti sede del Monte di Pietà e Pignorazione. Questo luogo nasce, durante la crisi crisi economica ottocentesca, dalla necessità di un luogo che contenesse beni non preziosi per il prestito su pegno di seteria e biancheria. Il palazzo venne così trasformato nel nuovo uso attraverso la costruzione di scaffalature in legno, scale interne, grate e ballatoi per custodire gli oggetti lasciati dai palermitani.

Il complesso è oggi anche sede della scuola di cucina del Gambero Rosso e del ristorante, adibito nei locali in cui è esposta la collezione di maioliche siciliane.

Castello Utveggio

Impropriamente chiamato castello, questo edificio è stato commissionato nel 1927 dall’imprenditore cavaliere Michele Utveggio all’architetto Giovan Battista Santangelo.

La sua posizione privilegiata sul Monte Pellegrino, a circa 280 m. di altezza, non ebbe mai una funzione militare ma il progetto originario del committente prevedeva la realizzazione di un albergo di lusso che rivaleggiasse con la vicina Villa Igiea. Il cavaliere acquistò i terreni dal Comune di Palermo e, oltre al palazzo, costruì anche la strada ed il sistema di approvvigionamento delle acque. Riuscì a terminare i lavori entro cinque anni e nel 1931 venne aperto al pubblico. Durante la II guerra mondiale l’albergo venne occupato dalle truppe fasciste e poi da quelle alleate e, successivamente, cadde in disuso.

L’interno del palazzo è in stile liberty mentre l’esterno rosa pallido ricorda un castello medievaleggiante. Acquistato dalla Regione Sicilia,in passato ha ospitato il Cerisdi, un centro di formazione professionale.

Castello di Caccamo

Il Castello di Caccamo è considerato tra i castelli medievali più grandi d’Italia e d’Europa.

Sorge su un’alta roccia, difeso da torri e circondato da merli. La struttura più antica risale al 1094 quando, in epoca normanna, il Signore Goffredo de Sageyo diede avvio alla sua costruzione. Nel corso dei secoli è stato ampliato e trasformato dalle varie dinastie succedutesi. Hanno abitato qui la famiglia Chiaramonte, nota in tutta la Sicilia, i Prades, i Cabrera, gli Henriquez, gli Amato e i De Spuches, che lo vendettero alla Regione Sicilia nel 1963.

Il castello si sviluppa su più livelli. Una rampa a tornanti scavata nella roccia conduce all’ingresso principale, alle scuderie e alla Sala Prades (o delle Udienze). Proseguendo si incontra la Cappella della Ss. Concezione, voluta dalla famiglia Henriquez che nel 1517 ha fortificato e abbellito ulteriormente il castello. Una rampa conduce a una zona inferiore destinata un tempo alle prigioni, sulle cui pareti restano i graffiti dei carcerati.

Superando un ponte lavatoio si raggiunge il livello più alto, che porta ad un piccolo atrio dove una lapide ricorda il ritrovamento di sette giare d’olio per uso medicinale e lo stemma di Caccamo. In quest’ala si susseguono importanti sale quali la Sala della Congiura, degli Stemmi, del Trabocchetto, la Sala da Pranzo, del Camino fino al bellissimo terrazzo Bellavista da cui si gode di un panorama mozzafiato.

Castello di Maredolce

Il Castello di Maredolce o della Favara (dall’arabo fawarah) era il luogo prediletto dal re normanno Ruggero II per i suoi ozi. Sorgeva infatti all’interno di un grandissimo parco, sua riserva di caccia. Venne edificato nel XII sec. su un palazzo arabo della fine del X sec. appartenuto all’emiro Giafar.

Il castello era bagnato su tre lati da un grande lago – il mare dolce – alimentato da una sorgente proveniente dal Monte Grifone. Del lago, oggi, non restano che tracce di intonaco idraulico rosso sui resti degli argini. L’edificio si sviluppa orizzontalmente attorno ad un cortile centrale, tipico dei rabat islamici. La cortina muraria esterna è scandita dall’alternanza di archeggiature con finestre bifore e monofore. Ancora visibile l’aula regia, con una nicchia caratterizzata da una volta a muqarnas (alveolata) tipica dell’arte islamica, e la cappella dei Ss. Filippo e Giacomo, che ricorda una moschea fatimita.

Gli Svevi trasformano l’edificio in fortezza, uso che resta anche in epoca angioina ed aragonese. Nel XV secolo venne acquisita dalla famiglia Bologna e rimase un bene privato fino al 1990.

Castello Ventimiglia di Castelbuono

Il Castello Ventimiglia si trova a Castelbuono, delizioso paese ai piedi delle Madonie. Castelbuono deve le sue origini ai Ventimiglia, Signori della Contea di Geraci i quali, agli inizi del ’300, decidono di costruire un castello sul poggio dominante l’antico casale chiamato Ypsigro.

Durante il XVII sec. furono apportate radicali trasformazioni tanto che non è facile identificare l’architettura originaria trecentesca, che doveva avere caratteristiche arabo – normanne e sveve. La forma a cubo richiama l’architettura araba, le torri quadrate quella normanna, e la torre cilindrica esprime moduli di architettura sveva.

Oggi il Castello e’ sede del Museo Civico di Castelbuono composto da quattro sezioni: Urbanistica, Archeologica, Arte Sacra, Contemporanea.

Fulcro del complesso è la meravigliosa Cappella di S. Anna, patrona del paese, sapientemente ornata dagli stucchi di Giuseppe e Giacomo Serpotta eseguiti intorno al 1683.

Oratorio dei Bianchi

L’oratorio si trova nel cuore di Palermo, vicino a piazza Kalsa. Fu fondato nel 1542 per volere della Compagnia del Ss. Sacramento, formata da ecclesiastici e gentiluomini, deve il nome di Compagnia dei Bianchi al colore delle tuniche. Compito della compagnia era assistere i condannati a morte nei giorni precedenti la pena. La parte originaria dell’edificio è costituita da ciò che rimane della Porta della Vittoria, fatta costruire dal Gran Conte Ruggero I d’Altavilla per celebrare la riconquista della città. Sulle rovine della struttura venne innalzata, nel XV sec., la chiesa della Vittoria e, nel secolo successivo, l’oratorio. Devastato da un incendio, l’oratorio fu ricostruito durante il ‘600, arricchendosi di pitture e sculture barocche.La scalinata interna, ricca di balaustre, è su tre livelli.

Al piano terra dell’edificio sono visibili le decorazioni a stucco di due altari realizzati da Giacomo Serpotta fra il 1703/1704 per la chiesa del convento delle Stimmate, ormai demolito. Al primo piano si trova l’oratorio, preceduto dall’antioratorio, decorato dai maggiori pittori palermitani. Il pavimento in maiolica  del XVIII secolo raffigurava la scena di Mosè che fa sgorgare l’acqua dalle rocce del deserto. L’aula dell’oratorio era la maggiore della città ed è seguito dal Salone Fumagalli, interamente affrescato da Gaspare Fumagali nel 1776 a trompe l’oeil. Oggi, l’edificio ospita parte della collezione museale di Palazzo Abatellis.

Palazzo Chiaramonte-Steri

Il palazzo fu costruito nel 1320 da Manfredi I Chiaramonte conte di Modica e Capitano Giustiziere di Palermo, esponente di una delle famiglie più potenti del regno, come rappresenta il palazzo. Nei secoli fu sede dei viceré spagnoli, del Tribunale dell’Inquisizione, adattato a carcere, per poi divenire sede della Dogana. Oggi, dopo un lungo periodo di abbandono, è sede del Rettorato dell’Università di Palermo. Il palazzo anticipa il nuovo modello della residenza signorile trecentesco, che verrà detto proprio chiaramontano.

Al piano terra, la Sala delle Armi  ha subito i maggiori rimaneggiamenti a causa dei diversi cambi d’uso, in particolare venne nascosto l’ingresso principale nel XVI secolo e trasformato in carcere dell’Inquisizione successivamente.

Dal cortile attraverso una scala interna, si raggiunge il piano superiore, dove troviamo la Sala Magna  – o dei Baroni – con un suggestivo e raro soffitto ligneo a cassettoni dipinto. Qui troviamo anche esposto il celebre quadro di Renato Guttuso, La Vucciria. Al secondo piano si trova la Sala delle Capriate, utilizzata per le cerimonie, contraddistinta da trifore e che oggi ospita pezzi della collezione della Galleria di Palazzo Abatellis.

Villa palagonia a Bagheria

Nota già nel Settecento fra i viaggiatori del Grand Tour, era considerato il luogo più originale e famoso conosciuto in Europa. Venne costruita nel 1715 da Don Ferdinando Gravina e Crujllas, che incaricò il frate domenicano e architetto del Senato di Palermo Tommaso Napoli, con il supporto di Agatino Daidone. I lavori di completamento, comprensivi delle decorazioni e degli arredi interni ed esterni si deve al successore di Ferdinando, Francesco. La particolare decorazione dei muri diede al palazzo il titolo di “villa dei mostri”. Questi decori sono per lo più composti da statue raffiguranti animali fantastici e varie caricature umane. Dal punto di vista planimetrico, la villa si sviluppa rispetto all’asse baricentrico del viale.

Si accede al primo piano da un vestibolo ellittico affrescato con scene tratte dalle fatiche di Ercole, come da gusto del tempo. Alla destra, si trova la Galleria degli Specchi, che deve il suo nome al soffitto ricoperto da specchi. Le pareti della sala sono ornate da marmi con vetri colorati ed altorilievi sempre in marmo, che raffigurano la committenza e varie personalità della nobiltà europea. Il pavimento rappresenta un disegno in marmo policromo del settecento siciliano. Dal salone si accede alla cappella palatina e alla sala del biliardo, mentre chiusi al pubblico sono gli appartamenti privati.

Galleria regionale della Sicilia di palazzo Abatellis 

Palazzo Abatellis fu progettato dall’architetto Matteo Carnalivari alla fine del ‘400 ed è fra i maggiori esempi palermitani di architettura gotico – catalana.

L’edificio è su due piani e ruota intorno ad un ampio atrio con un doppio loggiato sul lato ovest ed una scala esterna che porta al piano superiore. La facciata è ingentilita dal portale, in cui si trovano tre stemmi in rombi di pietra. Al centro, il grifo rampante, l’aquila ed il cimiero formano lo stemma degli Abatellis. Nell’angolo nord occidentale si trova un’alta torre merlata. Dal 1526 alla II guerra mondiale, l’edificio appartenne alle suore dell’Ordine Domenicano di Santa Caterina. Al termine del conflitto bellico, iniziarono i lavori di restauro dell’edificio e si avviò il processo di musealizzazione. Le opere ospitate oggi provengono principalmente da acquisizioni, donazioni ed incameramenti di beni appartenenti ad enti religiosi soppressi.

Al piano terra si trovano opere lignee del XII secolo e sculture del XIV e XV. Fra queste, ricordiamo la statua di Antonello Gagini Ritratto di giovinetto. Nella II sala il grande affresco Trionfo della Morte, opera di ignoti datata XVI secolo. L’opera più nota è probabilmente l’Annunziata, di Antonello da Messina, esposta al piano nobile, considerata un’icona del rinascimento italiano, affiancata da altre opere del pittore siciliano: le tavole con i tre Dottori della Chiesa, facenti parte di un polittico andato perso. Infine, nella sala verde, si trovano esempi dell’oreficeria palermitana secentesca, quale la sfera d’oro, un ostensorio in oro, argento colato, smalti e diamanti originario di Casa dei Padri Filippini all’ Olivella.

Area archeologica monumentale di castello a mare

Eretto a protezione della città, il castello a mare, Castrum Inferior, si trova all’ingresso dell’antico porto della Cala ed è presumibilmente datato XII secolo.

Al tempo della sua edificazione, il castello aveva pianta a quadrilatero ed era costituito dalla torre mastra. Ancora oggi, oltre alla planimetria, è possibile riconoscere i fossati che circondavano il castello e la porta di accesso. Per la sua struttura altamente protetta, fu residenza reale di Federico II di Svevia e, dal XVI secolo, sede del vicerè, dell’Inquisizione spagnola e infine carcere. Il sito fu soggetto a diverse modifiche per adeguarsi alle mutate tecniche militari. Durante il regno di Ferdinando il Cattolico, nel XV sec., fu costruita una cinta muraria più ampia, comprendente anche il Bastione di San Pietro, oggi visibile completamente. I lavori di rafforzamento dei bastioni occidentali e meridionali continuarono anche nel secolo seguente, durante il regno di Ferrante Gonzaga, e fino alla fine del XVIII secolo.

La posizione a difesa della città trasformò il castello in protagonista della vita cittadina, rendendolo palcoscenico di numerose battaglie. Fra queste, ricordiamo la battaglia fra Savoia e Borbone nel 1718 e fra Borbone e Austriaci nel 1734. Identificata col potere borbonico, durante la battaglia di Palermo nel 1860, il castello fu assalito e demolito parzialmente per volere del Generale Garibaldi. Dopo l’unità e fino al 1922 venne utilizzata come caserma militare.