Teatro greco-romano ed Odeon

Il Teatro romano sorge su un’area già abitata in età greca, in un punto in cui era già esistente un teatro ellenistico. Iniziato in epoca augustea, fu completato nel II sec. d.C., quando venne decorato il fronte scenico. Già nei due secoli successivi fu ampliato il palcoscenico, usando materiale proveniente da frammenti di colonne o statue; un podio collegato all’ orchestra venne posto sugli ultimi gradoni dei cunei orientali. Lentamente cadde in disuso, tanto che nel V secolo l’area dell’ orchesta divenne un recinto per animali.

Si deve all’interesse del Principe di Biscari, nel Settecento, un primo recupero di alcune strutture antiche coperte da case e di parti della decorazione della scena. Dopo un lungo periodo di abbandono, tra il 1950 ed il 1970 imponenti lavori di demolizione delle strutture moderne e di restauro di quelle antiche hanno permesso il recupero della cavea e di gran parte degli ambulacri. A questi lavori seguì, nel 1991, l’ esproprio degli edifici moderni siti sul lato orientale del monumento con conseguente riscoperta di altre sezioni dell’edificio scenico e di ambienti collegati ad esso.

La cavea è composta da nove settori verticali, detti cunei, delimitati da otto scalette e divisa in settori orizzontali detti praecinctiones. Nella parte alta è definita da un ambulacro che si apre verso l’esterno con grandi porte alternate a finestre, al quale, si addossava probabilmente un loggiato.

La parte inferiore, detta ima cavea, è caratterizzata da gradoni in calcare e poggia direttamente sul pendio naturale mentre la media e la summa cavea sono rette da muri attraversati da due ambulacri collegati da scale. Dagli ambulacri si accede alle gradinate. Un complesso sistema di corridoi consentiva il passaggio agli ambienti retrostanti il palcoscenico ed alle torri scalari. L’edificio scenico doveva essere imponente e decorato da statue collocate dentro esedre con, ai fianchi, colonne corinzie poste su piedistalli con delfini in rilievo. Alla base c’erano le tre porte che consentivano agli attori di raggiungere il palco. Questo era animato da nicchie in marmo anch’ esse decorate da statue. L’orchestra conserva il pavimento marmoreo con decorazioni ad intarsio, integrato già in antichità con intarsi distanti dal disegno originario.

Ad ovest del Teatro romano, all’ interno dell’area archeologica, si trova il piccolo teatro o Odeon, compreso fra via Teatro Greco e via Sant’Agostino.

Anfiteatro romano di Catania

Fra i monumenti più significativi della Catania romana, dall’analisi della tecnica esso si attesta alla metà del II secolo d.C., in epoca <b>imperiale</b>. Per edificarlo, probabilmente, venne distrutto un quartiere di abitazioni a nord della città. Si tratta di un’opera cementizia, composta da paramenti in blocchi squadrati di pietra lavica e mattoni nelle arcate. La sua dimensione lo rendeva l’anfiteatro più grande di Sicilia e fra i maggiori d’Italia con una capienza di 15000 posti a sedere, che raddoppiavano grazie all’uso delle impalcature di legno per aggiungere posti in piedi.

I suoi ruderi, visibili da piazza Stesicoro dagli inizi del XX secolo, si estendono, in senso nord sud, dalla zona meridionale di via Penninello all’incrocio della stessa piazza con via Sant’ Euplio ed in senso est ovest dal vico Neve all’area sottostante la chiesa di San Biagio. Qui è una parte di quel corridoio che separava l’anfiteatro dalla collina retrostante. Nei primi anni del ‘900, scavi hanno riportato alla luce una porzione del settore nord della cavea, separata dall’ arena da un alto podio in marmo, liberando il corridoio interno dell’ordine inferiore, interamente percorribile.

Dopo l’età romana entrò in declino: usato come cava di blocchi per la costruzione di edifici sin dall’età bizantina, fu coperto dalle mura della città in epoca medievale. Oggi dell’anfiteatro sopravvive solo la parte inferiore, interrata fino alla fine del XVIII secolo. Come indicano alcune lastre ed i numerosi frammenti di colonne rinvenuti, in origine doveva essere abbellito da rivestimenti in marmo e da colonnati. Probabilmente aveva un prospetto articolato in due ordini sovrapposti di arcate, coronato da un alto loggiato, mentre la cavea era divisa in tre ordini di gradinate collegati da scale interne che si aprivano lungo i corridoi.

Via Crociferi

Già conosciuta col nome di via Sacra in epoca antica per l’elevata concentrazione di edifici sacri pagani, oggi è uno dei simboli del barocco siciliano. La via è un susseguirsi di chiese, quasi sempre connesse a monasteri di ordini differenti, ricostruite dopo il terremoto del 1693 in stile barocco di Val di Noto, patrimonio UNESCO dal 2003. Secondo la tradizione, il nome della via deriverebbe dalla presenza della chiesa di San Camillo dei padri Crociferi in fondo alla strada.

Arrivando da piazza San Francesco d’Assisi, la via è inaugurata dall’ arco del monastero di San Benedetto, convento di clausura ancora attivo. L’arco venne realizzato nel 1704, per unire quelle che oggi sono la badia grande e piccola del monastero ma che al tempo appartenevano a due ordini diversi: San Benedetto e Santa Maddalena. Proprio sotto l’arco è ambientata una delle leggende più note di Catania, quella del cavallo senza testa. Si tratta di una voce fatta circolare nel XVIII secolo dai notabili del posto, che erano soliti incontrarsi di notte per le proprie tresche clandestine e che non volevano che il popolo li spiasse. Proseguendo sulla sinistra si trova la splendida facciata barocca della chiesa di San Benedetto, il cui interno è stato affrescato dal messinese Tuccari fra il 1726 ed il 1729. Seguente è la chiesa di San Francesco Borgia, un tempo di proprietà dell’ordine gesuita oggi del Comune. L’accesso è da uno scalone a doppia rampa che immette alla navata principale della chiesa, oggi museo. Collegato è l’ex Collegio dei Gesuiti, già sede dell’Istituto d’arte, ora in restauro per consentirne nuovamente la fruizione. L’edificio era fra i più belli dell’ordine gesuitico in Sicilia, grazie all’intervento, durante la ricostruzione, delle migliori maestranze del tempo quali Battaglia o Di Benedetto. Meritevole di mensione il chiostro con portici colonnati.

L’ultima chiesa del tratto stradale è dedicata a San Giuliano ed un tempo legata all’omonimo monastero di clausura. Il disegno della chiesa è attribuito all’architetto Vaccarini e si caratterizza per la facciata convessa e le linee semplici, che ricordano il barocco romano, nel quale l’architetto si era formato. L’interno è a croce greca con pianta ad ottagono allungato. Chiude la via, oltre l’incrocio, la chiesa di San Camillo ai Crociferi, caratterizzata dall’ampia scalinata di ingresso. L’interno è ovale a navata unica, alle pareti sono presenti cinque nicchie con altari in marmo di epoca seguente alla costruzione della chiesa.

Castello Ursino

È il più importante attestato della Catania medievale, voluto da Federico II di Svevia fra il 1239 ed il 1240. Venne edificato in quella che all’epoca era la giudecca, come testimoniano le numerose incisioni di menorah nel materiale edilizio, firma della manovalanza di fede israelita che lavorò al cantiere del castello sotto la direzione di Riccardo da Lentini. La pianta rispecchia l’architettura federiciana: pianta geometrica con doppio perimetro quadrato con un’ampia corte interna centrale. Le torri erano 8, 4 angolari e 4 mediane, ma di queste solo 2 sono ancora visibili.

Al momento della sua fondazione, la fortezza si trovava a picco sul mare, presentandosi quindi come una roccaforte contro le incursioni nemiche provenienti dal Mediterraneo ma anche in posizione idonea per controllare la città all’ interno delle mura. In seguito all’ eruzione vulcanica del 1669 vennero sommersi il fossato ed i bastioni del castello, che venne circondato dalla lava, la quale era entrata in città da nord – ovest. Il castello non subì danni strutturali, ma il fronte del mare si spostò in avanti andando a modificare per sempre la destinazione d’uso dell’edificio. Gli Aragona, nella prima età moderna, ne fecero sede del Parlamento Siciliano nonchè dimora abituale, abitudine che rimarrà anche durante il periodo dei Vicerè spagnoli. Coi Borbone divenne carcere e poi caserma Restaurato in epoca fascista, dal 1934 inizia la sua storia museale. Dopo un attento restauro avvenuto nel 1988 è oggi sede del Museo Civico.

Cattedrale di Sant’Agata

La cattedrale come si presenta oggi è il risultato di vari stili architettonici succedutisi nei secoli anche a causa di diverse catastrofi naturali che interessarono il sito, sempre ricostruito sulle sue stesse rovine. Dedicata a Sant’ Agata, la cattedrale venne costruita nel 1094 per volere di Ruggero I Altavilla, secondo il modello dell’ ecclesia munita, una chiesa fortificata a difesa della città dalle incursioni e volta a rafforzare il potere militare del vescovo. Venne costruita sui resti delle terme achilleane, impianto romano del II sec. d.C., e si sostituiva alla precedente cattedrale di Sant’ Agata fuori mura, che divenne nota col nome di Sant’Agata la Vetere, oggi sopra piazza Stesicorso. A causa del terremoto del 1169, della fase normanna restano solo i muri del transetto e delle absidi, mentre il crollo delle volte della chiesa determinò un primo innalzamento del piano di calpestio. Altre modifiche intervennero nel corso del periodo svevo e poi aragonese, ma è col terremoto del 1693 che la struttura subisce le maggiori trasformazioni, soprattutto a causa del crollo del campanile attiguo che comportò l’abbattimento delle navate ma non del transetto e delle absidi. La ricostruzione ebbe luogo dal 1709 e si concluse definitivamente solo un secolo dopo. Gli architetti, Palazzotto e Vaccarini, inglobarono le absidi normanne nel nuovo prospetto. I giochi di luce ed ombre della facciata sono opera di Vaccarini, che li realizzò attraverso l’uso delle colonne disposte su tre livelli d’altezza. In questa fase si procedette anche ad un ulteriore innalzamento del piano di calpestio, di 40 cm. Come ultimo atto, venne elevata una cupola che primeggiasse sulle altre chiese cittadine, fu eretta la torre campanaria ed il sagrato, ormai nell’ Ottocento, con una balaustrata a margine. All’ interno, la chiesa si presenta pressoché spoglia ad eccezione dell’area delle absidi e dell’altare. Qui troviamo, fra gli altri, la cappella di Sant’ Agata (di cui sono conservate le reliquie) ed un interessante affresco di Platania che raffigura la fuga della cittadinanza durante la colata lavica del 1669.

Attiguo al duomo è il Museo Diocesano, che conserva oggi il tesoro della Cattedrale.

Monastero dei Benedettini e Chiesa di S. Nicolò

Oggi sede del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, il Monastero dei Benedettini è il secondo monastero benedettino più grande d’Europa, dopo quello di Mafra in Portogallo. Ampliato e ricostruito dopo il terremoto del 1693, rientra nel circuito barocco patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Fondato dai cistercensi nel 1558, era a pianta quadrata e con un solo chiostro, detto dei Marmi, oggi chiostro di Ponente. La prima grande trasformazione risale al 1669, in seguito all’eruzione vulcanica che arriva a lambire le mura della zona occidentale della città, arrivando fino all’ ampio giardino dei benedettini. Oggi, resti del fronte lavico sono visibili dall’ingresso su via Biblioteca. A questa catastrofe, che distrugge totalmente anche la vicina Chiesa di San Nicolò La Rena, segue poco meno di 30 anni dopo, il grande terremoto che lascia del monastero solo il primo piano ed il piano interrato mentre del chiostro restano in piedi 14 colonne. La ricostruzione seguente segna una profonda trasformazione per il monastero, che viene ampliato con l’edificazione del chiostro di Levante, un caffeaos eclettico e zone comunitarie come cucina, biblioteca, noviziato ed il coro di notte. Il banco lavico viene adibito a giardino pensile. Questa fase architettonica viene seguita dai maggiori architetti dell’epoca, da Ittar a Battaglia a Vaccarini, cui venne affidata la realizzazione del refettorio, della cucina ed il progetto della biblioteca oggi Biblioteca Ursino Recupero.

Sconsacrato dopo l’unità d’Italia, viene trasformato in caserma e scuola, per essere oggetto di un attento restauro diretto dall’Arch. De Carlo alla fine degli anni ’70, quando il monastero viene acquisito dall’ Università per farne una sua sede. I lavori di restauro hanno lo scopo di rendere l’edificio adatto alla nuova destinazione d’uso, valorizzandone le evidente storiche presenti all’ interno senza andare in conflitto con il nuovo uso pubblico. Diverso il destino dell’attigua chiesa di San Nicolò, mai completata. La facciata è caratterizzata dalle otto enormi colonne tronche suddivise su tre comparti, a richiamare le tre navate interne, lunghe 105 metri. La costruzione venne interrotta nel 1796, inizialmente per screzi fra monaci e fornitori, successivamente per la soppressione della vicina comunità monastica e la seguente sconsacrazione della chiesa, dopo la seconda guerra mondiale. All’ interno si segnalano la cupola realizzata da Ittar, e l’organo (1767) di Donato del Piave, composto da 2916 canne, 72 registri e 5 ordini di tastiere, citato anche da Goethe durante il suo viaggio a Catania del 1787. La chiesa è stata riconsacrata e restituita all’ordine benedettino nel 1989.

Chiesa della Badia di S. Agata

La Chiesa faceva parte del convento benedettino di Sant’Agata, istituito nel corso del ‘600 in seguito ad un lascito testamentario e rimasto attivo fino alla promulgazione della Legge Siccardi nel 1866. Pochi anni dopo la costituzione del convento, il terremoto del 1693 distrusse il complesso monastico, causando anche la morte di 15 delle 28 suore abitanti il monastero all’ epoca. La ricostruzione della chiesa avvenne a partire dal 1736, grazie anche all’ utilizzo del lascito del principe Giuseppe Moncada, originariamente destinato all’ apertura di un monastero a Paternò ma dirottato per il cantiere della badia. I lavori vennero seguiti dal noto architetto Giovanni Battista Vaccarini, che realizzò un progetto estremamente sofisticato che unisce gli elementi del barocco romano con quelli della tradizione locale. La facciata sinuosa suddivisa è in due ordini, che alternano superfici concave e convesse. All’ elaborazione del disegno esterno, fa da contrasto l’interno a pianta ottagonale, estremamente lineare nelle linee e nei decori. Le pareti sono bianche, in contrasto con il marmo del pavimento e gli altari in diaspro. Degne di menzione sono le statue che adornano gli altari; oltre alla statua di Sant’Agata nell’ altare maggiore, si segnalano le statue di Sant’Euplio, primo patrono di Catania, e San Giuseppe negli altari laterali.

Le finiture interne, opera di Nicolò Daniele, sono successive alla morte di Vaccarini. La chiesa è stata soggetta ad opera di restauro nel 2010, per riparare ai danni del grande terremoto che ha colpito la città nel 1990. Oggi, la chiesa è nuovamente aperta al culto ed è possibile visitare anche la terrazza e la cupola, ammirando lo stesso paesaggio barocco che un tempo le monache di clausura vedevano nascoste dalle alte balaustrate e dalle grate.

Teatro Massimo Bellini

Il Teatro lirico di Catania è dedicato ad uno dei più noti artisti locali: Vincenzo Bellini. Il progetto di realizzare un teatro lirico nasce nel 1870 ed il progetto viene assegnato prima ad Andrea Scala e, successivamente, al milanese Carlo Sada. Nonostante il cantiere finisca nel corso di 7 anni, l’inaugurazione del teatro venne ritardata a causa di carenza di fondi per l’assegnazione ad un impresario e slittò fino al 1890, quando venne messa in scena la Norma di Bellini. Grazie all’ acustica degli interni, considerata perfetta, si sono alternati sul palco artisti quali Maria Callas, Monserrat Cavallè, Giuseppe Di Stefano e Pavarotti, oltre a direttori d’orchestra come Riccardo Muti. Il teatro dispone poi di un’orchestra composta da 105 elementi ed un coro di 84.

Dal punto di vista architettonico, il progetto presentato da Sada differenziava notevolmente la facciata dagli interni. La prima richiama il modello della Biblioteca Marciana di Venezia e si caratterizza per i due cavalcavia che uniscono il teatro agli edifici vicini, mentre gli interni sono in stile neo barocco.

La sala è a quattro ordini di palco più il loggione, la volta è affrescata con un’ Apoteosi di Bellini, di Ernesto Bellandi. Bellini è rappresentato con le allegorie delle sue maggiori opere: Norma, La Sonnambula, I Puritani e Il Pirata. Il sipario storico, invece, è opera di Sciuti che ha qui raffigurato la <i>Vittoria dei Catanesi sui Libici</i>. Da menzionare anche la bella statua di Bellini in bronzo presente nel foyer ed opera di Salvo Giordano.

Palazzo Biscari

Palazzo Biscari è uno dei migliori esempi del barocco catanese, fra i più bei palazzi nobiliari della città con le sue settecento stanze, in ottimo stato di conservazione grazie ai restauri voluti dalla famiglia e autofinanziati con le attività del palazzo. La famiglia dei Paternò Castello principi di Biscari, vive ancora qui, ma il palazzo è aperto al pubblico per eventi e visite guidate che seguono personalmente. Pubblici sono il cortile, alcuni saloni, la galleria e la terrazza panoramica sul porto.

Il palazzo venne edificato nel 1702 addossato alle antiche mura cinquecentesche della città, come appare chiaramente osservando la facciata su via Dusmet. I lavori furono commissionati da Vincenzo Paternò Castello e completati da Ignazio, fra i membri più illustri del casato, con l’obiettivo di realizzare un palazzo che desse prestigio all’ intera città ed alla famiglia. Il progetto ampliava il piccolo edificio ad un piano già esistente, di cui faceva parte anche la sala del museo, ricca di reperti archeologici di proprietà del principe, citati da Goethe nel suo Viaggio in Italia e tappa obbligatoria del circuito del Gran Tour. Attualmente la collezione è al Castello Ursino.

La sezione superiore della facciata, corrispondente alla terrazza panoramica, è riccamente decorata con altorilievi rappresentanti abbondanza, prosperità, fertilità e saggezza.

Il palazzo ruota attorno al cortile maggiore, dal quale si accede alla sala della quadreria il cui pavimento è in maioliche policrome ed a quella dei ritratti di famiglia. Il cuore del palazzo è rappresentato dai saloni, il più spettacolare dei quali è il Salone delle Feste, a pianta ottagonale in stile rococò e lunga circa 20 metri. Qui l’architetto Battaglia ha realizzato un trionfo di stucchi e decori che, su tre livelli, raffigurano i membri della famiglia, gli dei minori e la cupola della Loggia della Musica. Questa è una mirabile opera di Sebastiano Lo Monaco, realizzata nella volta del soffitto in corrispondenza della scalinata ellittica in stucco bianco e raffigurante un consiglio di Dei celebranti il trionfo dei principi.

Questo luogo è pienamente parte della storia della città moderna e contemporanea, come racconta un episodio della II guerra mondiale. Durante l‘occupazione alleata in Sicilia, l’esercito inglese occupò il palazzo in quanto punto strategico di difesa per la vicinanza col porto con l’ordine di abbattere il secondo livello dell’edificio. La bellezza delle sale, però, incantò talmente gli ufficiali, che decisero di disobbedire all’ ordine e usare i saloni come campi da tennis, di cui ancora oggi la vernice bianca è ricordo.

Centro storico di Randazzo e via degli Archi

Randazzo è un caratteristico borgo medievale incastonato fra i fiumi Simeto ed Alcantara, a 760 m. slm ma ad appena 15 km dai crateri sommitali dell’Etna. Il suo territorio fa parte di tre aree protette: il Parco dell’Etna, il Parco fluviale dell’Alcantara ed il Parco dei Nebrodi.

La storia architettonica del borgo è fortemente legata alla presenza aragonese in Sicilia. La casata, regnante fra ‘200 e ‘300 rese il palazzo reale, di epoca normanna, propria dimora estiva. Per questo motivo, Randazzo venne fortificata e dotata di cinta muraria, in parte ancora visibile in prossimità della porta Aragonese. Inoltre, gli Aragona spesso usarono la chiesa di San Nicolò, anch’essa di epoca normanno – sveva, come sede del Parlamento Regionale.

In virtù di questo particolare utilizzo della chiesa, fu previsto un ingresso d’onore dei nobili in città, coincidente con la via degli archi, esempio mirabile dell’architettura di epoca aragonese in Sicilia. La via, abbastanza stretta e breve, è caratterizzata dalla presenza di 4 archi in pietra lavica di cui il primo è sormontato da una bifora ad arco acuto il cui solo scopo è rendere visibile il campanile della chiesa.

Nonostante la grande rilevanza storica, la cattedrale della città non è la chiesa di San Nicolò, ma la basilica di Santa Maria Assunta. L’edificio è di epoca normanno – sveva come mostra la struttura muraria delle absidi, ma fu modificata in età moderna per adattarla ai diversi stili architettonici e decorativi. Fu pesantemente danneggiata dai bombardamenti che avvennero nell ’area durante il secondo conflitto bellico. Una bomba, nel 1943, colpì l’abside maggiore distruggendo la volta, l’organo ed il ballatoio. Anche l’altare maggiore venne danneggiato e ricostruito e consacrato al termine della guerra.

Lungomare di Aci Trezza e Faraglioni

Lo sfondo paesaggistico che fece cornice al capolavoro di Verga I Malavoglia deve il suo appellativo di Isola dei Ciclopi alla leggenda che collega la nascita dei faraglioni alle storie di Ulisse e della sua avventura con Polifemo. Si narra che Ulisse, approdato qui, fu catturato insieme ai suoi compagni, da Polifemo. Il gigante iniziò a divorare uno ad uno i compagni di viaggio di Ulisse finché l’eroe, per salvarsi, non lo accecò con un inganno. Polifemo allora, in preda all’ira, iniziò a gettare enormi massi a mare, dando vita ai faraglioni. In realtà, questi enormi scogli basaltici sono di origine vulcanica e quindi legati alle attività eruttive sottomarine dell’Etna nella sua fase primordiale. Dal 1998 il complesso è una riserva naturale integrata gestita dal CUTGANA dell’Università di Catania e costituita dall’isola Lachea, il grande faraglione, il piccolo faraglione e altri quattro piccoli scogli disposti a semicerchio.

Castello normanno di Aci Castello

Il castello di Aci Castello è stato eretto su un promontorio a picco sul mare per tre lati, su terreno basaltico formatosi in seguito a colate lavice sottomarine. La particolare conformazione irregolare delle rocce e del promontorio stesso fanno si che l’edificio si mimetizzi con l’ambiente circostante. Si pensa che la prima edificazione del castello sia avvenuta sopra i resti di una fortificazione romana intorno al VI/VII secolo d.C., in epoca bizantina. Sotto la dominazione araba assunse il nome di Liag o Al Yag, mentre in epoca normanna divenne Castrum Jatium. Federico II di Svevia rende il territorio Demanio Regio, e sarà teatro di scontri durante il conflitto angioino – aragonese all’epoca dei vespri. Oggi, ciò che resta del castello è la torre principale rettangolare in pietra lavica, cui si accede dalla lunga scalinata sulla piazza. Dal 1985 il castello ospita il Museo Civico, che contiene reperti di archeologia, mineralogia e paleontologia, tutti rinvenuti nel territorio.

Basilica di San Sebastiano ad Acireale

A San Sebastiano, patrono del paese, è intitolata questa splendida chiesa realizzata fra il 1609 ed il 1644 e riedificata in seguito alle distruzioni causate dal terremoto del 1693. La ricostruzione successiva alla catastrofe è fortemente caratterizzata dall’ingegno artistico di Pietro Paolo Vasta. L’artista acese realizzò non solo gli affreschi che decorano l’interno della chiesa, ma anche il progetto per la balaustrata realizzata nel 1754 da Marini e che delimita il sagrato. Il prospetto, suddiviso in più ordini, venne realizzato su disegno di Angelo Bellofiore con intarsi di Diego e Giovanni Flavetta e un fregio con 14 putti marmorei e decori floreali.

Dalla sagrestia è possibile accedere alla visita del Museo della Basilica, che ospita, oltre a paramenti sacri, una lunga sezione dedicata al martirio ed alla festa di San Sebastiano, che si svolge il 20 gennaio.

Cattedrale di Acireale

La chiesa, dedicata alla Ss. Maria Assunta, è il risultato di vari stili architettonici succedutisi nei secoli, in particolare nel Settecento e nell’ Ottocento. Venne edificata verso il XVI secolo e, considerando le varie modifiche, completata nel 1889. Gli affreschi del transetto e dei pennacchi della cupola sono firmati Pietro Paolo Vasta, noto pittore acese del Settecento, mentre la volta della navata centrale è stata affrescata nell’ Ottocento da Giuseppe Sciuti. Degna di nota la cappella dedicata alla copatrona di Acireale Santa Venera, il cui culto è attestato dal 1651. Qui sono conservate le sue reliquie, mentre in una cappella attigua il fercolo d’argento in stile barocco. Da segnalare, infine, la meridiana sul pavimento del transetto in direzione Nord – Sud, opera di Peters e Sartorius, autori anche di quella della chiesa di San Nicolò La Rena a Catania. Ancora oggi, durante il solstizio d’estate, i raggi di sole toccano l’ estremità sud della meridiana.

Palazzo Manganelli

Palazzo Manganelli, capolavoro del tardo barocco e rococò siciliano, venne edificato nel XV secolo dalla famiglia Tornabene in stile catalano e privo di decorazioni. Dopo breve tempo la proprietà passò ad Alvaro Paternò, che si occupava di filatura della seta, fra i cui attrezzi ci sono i manganelli, che divennero nel Seicento simbolo della casata. Dopo il terremoto del 1693 e fino al 1873 l’edificio subì vari rimaneggiamenti, senza però intaccare il perimetro murario. La modifica più pesante riguardò l’allineamento del livello del palazzo a quello del manto stradale di via Sangiuliano, che era stato abbassato. In quest’occasione venne anche aggiunto un ulteriore piano. Accedendo, si possono visitare i numerosi saloni riccamente adornati ma privi del mobilio settecentesco, mentre originale è il fumoir con le pareti in cuoio decorato. Particolare, infine, il giardino pensile esterno, su due livelli collegati da una scala artistica e che poggia sulla cinta muraria cittadina del ‘500.

Terme della rotonda

Il complesso si trova a Nord del Teatro Greco Romano e prende il nome dalla cupola della chiesa bizantina edificata qui nel VI sec. d.C. modificando l’aspetto delle terme. In passato si credeva che si trattasse di un Pantheon, ma gli scavi realizzati dopo la seconda guerra mondiale e diretti da Guido Libertini, hanno evidenziato la natura termale della struttura, cui si era sovrapposta la costruzione della chiesa, dedicata alla Vergine Maria. Dagli scavi è emerso che le terme furono realizzate nel corso del I e II sec. d.C. ed ampliate nel III secolo. Oggi, la porzione maggiore dell’edificio è l’ampia sala circolare su pianta quadrata sormontata dalla cupola, ancora parzialmente decorata con affreschi di epoca bizantina e medievale raffiguranti vari santi ed i quattro evangelisti. Nonostante la trasformazione in chiesa della struttura, ancora oggi si distinguono i canali di adduzione e scolo dell’acqua termale ed il frigidarium, accanto al calidarium.

Cappella Bonajuto

Situata nell’odierno quartiere Civita, è una delle poche testimonianze dell’architettura medievale catanese rimasta indenne al terremoto del 1693. Il sito deve il nome all’essere stato integrato all’adiacente Palazzo Bonajuto, di cui divenne cappella privata nel XIII secolo. La sua origine è però più antica e si attesta a VI secolo, in epoca bizantina, come componente di un edificio religioso dedicato al Ss. Salvatore. La struttura è a croce greca e pianta quadrata con cupola e tre absidi, sul modello della cuba bizantina, cioè una cappella paleocristiana bizantina edificata fra il VII e VIII secolo in Sicilia. Nel corso del Settecento fu tra le tappe del Grand Tour di Jean Houël, che ne fece una rappresentazione oggi conservata al prestigioso Ermitage di San Pietroburgo. Fu soggetta ad un’operazione di restauro curato da Paolo Orsi e Sebastiano Agati negli anni ’30 del secolo scorso ed oggi è aperta al pubblico anche per eventi e momenti ricreativi.

Orto Botanico

L’orto botanico venne fondato dal monaco benedettino Tornabene Roccaforte, che ottenne i terreni dall’Università nel 1847. Il terreno di coltivazione dell’orto botanico è di origine vulcanica ed alluvionale. Oggi si estende per circa 16000 mq e si compone di due sezioni: Hortus Generalis e Hortus Siculus. La prima è la sezione più ampia, relativa alle piante esotiche, mentre la seconda, di circa 3000 mq e specifica per la flora spontanea siciliana, fu aggiunta nel 1865. Questo fu anche l’ultimo ampliamento dell’orto.

Il Tepidario, cioè la serra, fu demolita negli anni ’50 per far posto ad una nuova serra per piante tropicali. Le due collezioni più vaste riguardano le piante succulente, chiamate volgarmente piante grasse e di cui sono coltivate 2000 specie, e le palme, perfettamente adattate al clima siciliano.

Casa museo Giovanni Verga

Giovanni Verga nacque nel 1840 al secondo piano del civico 8 di via Sant’Anna, traversa di via Garibaldi. Dal 1984 la casa è diventata una casa – museo che conserva gli arredi originali e la vastissima biblioteca dello scrittore, composta da più di 2000 volumi. Dopo la morte dell’autore, l’appartamento passò agli eredi, che la mantennero fino al 1980, quando l’ultimo erede vendette la proprietà alla Regione Sicilia che, in pochi anni, la rese casa – museo. Il percorso inizia dalla sala d’ingresso in cui si trova la scrivania di Verga, prosegue poi nell’ antico salotto e nella camera da letto, divisa in due zone. Di sicuro effetto è lo scendi vivande, mimetizzato da camino. Il montacarichi faceva si che i pasti arrivassero comodamente dalla cucina al primo piano dell’edificio, alla sala da pranzo, al secondo.

Oggi, il primo piano dello stabile è sede della Fondazione Giovanni Verga.

Terme Achilliane

Le Terme Achililane sono uno dei complessi termali della Catania romana, oggi visitabili nella porzione sotto il Duomo, entrando alla destra del sagrato. La struttura è datata intorno al II sec. d.C. e, secondo le stime, doveva occupare una superficie oggi compresa fra la Cattedrale, il Seminario arcivescovile ed il Palazzo Senatorio, sede del Comune. Secondo alcuni studiosi, il nome “achilliane” si deve da un’epigrafe in lingua greca ritrovata in prossimità del sito e conservata al Castello Ursino. Altri studi, invece, collegano il termine alla presenza nelle terme di una statua di Achille, mai pervenuta. La struttura, studiata per primo dal principe Ignazio Biscari nel Settecento, è ormai stabilmente visitabile. La porzione di terme più ampia è la sala centrale, il frigidarium, dalla volta a crociera retta da quattro pilastri. La vasca centrale, come testimoniano i resti visibili, doveva essere in marmo bianco.

Museo diocesano

Il museo, inaugurato nel 2001, racconta la storia della diocesi di Catania attraverso una ricca collezione di arredi liturgici provenienti dalla cattedrale e da altre chiese del territorio. La sede è il Seminario dei Chierici, alla destra del Duomo. Nella sala dedicata alla Cattedrale si segnala lo spadino di re Ludovico II d’Aragona, rinvenuto fra il suo arredo sepolcrale.

Indubbiamente, l’attenzione del visitatore si concentra sulla vista del fercolo di Sant’Agata, adoperato in occasione dei festeggiamenti della santa patrona. Secondo le testimonianze dell’epoca, il fercolo in lamina d’argento era già utilizzato nel 1519, infatti, nel 1522 il noto argentiere Archifel, fra gli altri, contribuì alla realizzazione dei decori. Il fercolo resistette al terremoto del 1693 ma venne saccheggiato nel 1890 e, poi, bombardato durante la II guerra mondiale. Per questo motivo, quella che si vede oggi è una riproduzione fedele, opera di diversi orefici del territorio.

Villa Cerami

Villa Cerami venne ricostruita dopo il terremoto del 1693 e, nella prima metà del Settecento, fu acquistata dalla famiglia Rosso di Cerami. Il palazzo visse un periodo di grande splendore e importanza nella vita nobiliare catanese per tutto il secolo XIX ma entrò in declino negli anni ’30 del Novecento, quando divenne sede dell’Istituto scolastico “Turrisi Colonna”. Dopo il 1957 l’Università di Catania acquisì l’edificio per renderlo sede della Facoltà di Giurisprudenza. In quest’occasione vennero compiuti lavori di restauro che riportarono alla luce un affresco settecentesco di Olivio Sozzi nel Salone delle Feste.

Il palazzo chiude il lato nord di via Crociferi, insieme alla vicina chiesa di San Camillo. Entrando nel cortile, la vista viene catturata dallo scalone monumentale, in cima al quale si godeva di un panorama sull’intera città. Pregevole, nel cortile, la fontana bronzea raffigurante la Grande Bagnante, opera del noto artista Emilio Greco, vissuto alla metà del novecento.

Chiesa Sant’ Agata al carcere

La chiesa forma un complesso monumentale con le adiacenti chiese di Sant’Agata la Vetere, prima cattedrale di Catania, e Sant’Agata la Fornace ed è uno straordinario esempio di stratificazione storica. Sono visibili porzioni della cinta muraria greca, tracce di epoca romana ed il fianco stesso della chiesa è adagiato sul bastione del carcere, di età aragonese. Dopo il terremoto del 1693, l’architetto Francesco Battaglia la riedificò in stile barocco. Il portale, svevo, proviene dalla Cattedrale normanna andata distrutta durante la catastrofe di fine ‘600.

Secondo la tradizione, questo fu il luogo in cui la patrona della città, Agata, visse il periodo della prigionia precedente al martirio. Questo sito sarebbe accessibile da una piccola porta alla destra del presbiterio. Gli studi archeologici, se da un lato hanno confermato la datazione del sito all’ epoca romana, dall’ altro mettono in discussione che si possa trattare di un carcere, optando per un edificio di uso pubblico connesso all’ adiacente anfiteatro.

Museo Belliniano

La casa – museo Vincenzo Bellini è un viaggio nei luoghi dell’infanzia e dell’ adolescenza del compositore catanese, che in questa casa nacque la notte fra il 2 ed il 3 novembre 1801. Il palazzo venne dichiarato patrimonio storico nel 1923 e, 7 anni dopo, vide la luce il museo. Dall’ ingresso dell’abitazione, – in cui sono raccolti gli oggetti testimonianza del legame fra Bellini e la città, – si passa alla camera da letto dell’autore. Qui si trovano ritratti del maestro, il certificato matrimoniale dei genitori ed altri oggetti personali oltre che un curiosissimo ciuffo di capelli. Non mancano, ovviamente, testi autografi di Bellini, come le partiture quasi integrali de I Capuleti e i Montecchi, di alcune opere giovanili e di I Puritani. Al piano nobile del palazzo è allestita la collezione dei pianoforte del maestro.

Museo dello Sbarco in Sicilia del 1943

Il Museo dello Sbarco fa parte del complesso fieristico e museale Le Ciminiere, che prende il nome dalle enormi ciminiere che testimoniano l’originaria destinazione industriale della struttura. Si tratta di 27.000 mq di superficie adibita a centro congressi, fieriestico e museale. Edificato nella metà del XIX secolo, il complesso nasce come impianto per la lavorazione dello zolfo; negli anni sessanta del secolo scorso inizia il lento abbandono della struttura, che viene recuperata dal 1984 e trasformata in centro polifunzionale. In questa cornice si trova il Museo dello Sbarco, piccolo gioiello che racconta la vita in Sicilia durante la guerra e gli eventi del 1943 che hanno portato al termine della II guerra mondiale. Interessanti sono le installazioni e le ricostruzioni presenti al piano terra della struttura, che consentono una maggiore immersione durante la visita.

Del complesso museale fa parte anche il Museo del Cinema, che evidenzia il rapporto fra il cinema e la Sicilia.

Bastione degli Infetti

Il Bastione degli Infetti è l’unica porzione di cinta muraria cinquecentesca ancora integra a Catania. Esso è uno degli undici bastioni realizzati dall’ imperatore Carlo V nel ‘500 per rafforzare la cinta difensiva di epoca normanna ed aragonese, inefficace contro gli assalti militari del XVI secolo, che avvenivano con armi da fuoco.

Il suo nome risale al 1576, quando venne utilizzato come lazzaretto per gli appestati insieme all’ adiacente Torre del Vescovo, con il quale costituì l’ Ospedale degli Infetti.

Chiesa San Benedetto

La chiesa di San Benedetto appartiene all’ omonimo convento, ancora oggi abitato da monache di clausura.  Il monastero venne qui edificato intorno al 1355 e comprendeva solamente quella che oggi è la badia grande. L’attuale badia piccola, invece, era il monastero di Santa Maddalena e sarà annessa al complesso benedettino nel 1702, dopo il terremoto del 1693.

La chiesa è stata edificata fra il 1704 ed il 1713 ed affrescata fra il 1726 ed il 1729 dal pittore messinese Giovanni Tuccari, che per la rapidità della sua opera venne nominato “fulmine della pittura”. Nella volta sono identificabili tre diversi temi:

  • al centro sono dipinti il trionfo di San Benedetto, il suo viatico e la sua ascensione in Cielo;
  • sulle lunette sopra le finestre sono rappresentate tradizionalmente le virtù teologali e le virtù cardinali;
  • i quadrati fra le finestre raffigurano episodi della vita del Santo di Norcia, con riferimento al suo essere patrono d’Europa. Sono riprodotti episodi di conversione di esponenti delle famiglie romane e di dialogo con la nobiltà barbarica, al fine di mediare fra le popolazioni gotiche e latine nel periodo delle guerre gotiche in Italia.

Le pareti della chiesa sono decorate da due grandi affreschi, raffiguranti il martirio di San Placido e quello di Sant’Agata(opera di ignoti) e diverse tele datate XIX secolo. Fra queste, si segnala il “San Benedetto” di Michele Rapisardi, alla destra dell’altare. Duramente rimaneggiato durante il II conflitto mondiale, l’olio fu restaurato dal Prof. Giovanni Nicolosi. Entrando dal grande portone ligneo, sulla sinistra, è invece visibile   “San Michele, l’Arcangelo Gabriele e Tobiolo”, di Matteo Desiderato, artista dell’Ottocento siciliano.

Col passaggio dal sistema barocco a quello neoclassico gli affreschi del Tuccari, luminosi, pieni di colori e giochi prospettici, risultano distanti dal nuovo stile, più sobrio e meno dinamico. Per questo, nel XIX sec. gli affreschi vengono intonacati di bianco.

Oggi ammiriamo le opere del Tuccari poichè una bomba, durante la II guerra mondiale,nel 1943, ha colpito la volta di San Benedetto creando uno squarcio nell’intonaco ed il parziale riaffiorare degli affreschi sottostanti. Il restauro è stato affidato alla direzione dell’architetto Armando Dillon, che diresse i lavori nel 1948, riportando al loro splendore originario gli affreschi dell’interno. L’unico affresco non restaurato è quello raffigurante il martirio di San Placido – che si trova in corrispondenza dell’ingresso secondario dell’edificio – che si presenta infatti con dei colori più tenui rispetto agli altri. Nello stesso affresco, è ancora oggi individuabile con chiarezza traccia dell’intonaco che aveva ricoperto le pareti.

Opposta all’altare, in diaspro di Sicilia, c’è la cantoria, in legno dorato. Qui, le suore si riuniscono ai vespri serali per la preghiera ed i cori. Le religiose, per modulare le voci, si dispongono su due livelli: al piano basso siedono le suore le suore più anziane, in quello superiore le più giovani.

Basilica Maria Ss. dell’Elemosina ( La Collegiata)

Conosciuta come Basilica Collegiata per via del collegio canonico istituito qui da Papa Eugenio IV nel 1446, la chiesa è oggi uno dei migliori esempi di barocco siciliano,  riconosciuto patrimonio di patrimonio dell’umanità dall’ UNESCO. La chiesa, fondata sulle rovine di un tempio pagano dedicato a Proserpina, deve il suo nome alla presenza di una piccola chiesa di epoca bizantina dedicata alla Madonna dell’Elemosina, innalzata al rango di Regia Cappella nel XIV sec., durante il regno aragonese.

Distrutta dal terremoto del 1693, la chiesa venne riedificata completamente dall’ architetto Antonio Amato, che seguì il progetto del gesuita Angelo Italia. La prima grande differenza rispetto all’ edificio precedente riguarda il prospetto, spostato dall’attuale via Manzoni alla più centrale via Etnea.

Di sicuro impatto è la facciata campanale, tipica in Sicilia, progettata da Ittar nel 1758 usando linee concave e convesse che danno movimento all’ insieme. L’architetto realizzò una facciata su due due ordini. Nel primo ordine sei colonne in pietra lavica sormontate da una balaustrata corniciano i tre ingressi, mentre il secondo è estremamente complesso. Oltre alle quattro grandi statue raffiguranti i Santi Pietro, Paolo, Agata e Apollonia, al centro spicca una grande nicchia con catino a cassettoni, sormontato da un’aquila e, ai lati, due angeli che tengono una tromba. Sopra la nicchia si trova il grande scomparto con le campane.

L’interno è a pianta basilicale  a croce latina a tre navate, delimitate da 8 pilastri e 3 absidi. La navata centrale è più allungata rispetto alle laterali per la presenza del coro dei canonici, la cui importanza è seconda solo al coro della Cattedrale. La volta ed il transetto sono stati affrescati dall’ artista di Zafferana Sciuti fra il 1896 ed il 1898.

La chiesa è, dal 1874, la sede del Circolo Cittadino Sant’Agata, che conserva l’omonima candelora. Essa fu realizzata nel 1874 per volere del Cardinale Dusmet  e chiude ogni anno la processione delle candelore durante il corteo di Sant’Agata. La candelora si caratterizza per essere composta da quattro sezioni:

  • Base;
  • Scene del martirio;
  • I quattro santi più importanti per la città: Agata, Euplio,il primo patrono, l’Immacolata, venerata in provincia fino al 1655 e le anime del purgatorio fra cui doveva esserci una statua dello stesso Dusmet;
  • 4 volte a forma di grifoni.

Palazzo dell’Università e piazza Università

L’Università degli Studi di Catania venne fondata nel 1434 da Re Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo ed è la più antica sede universitaria della Sicilia.  Il palazzo, che oggi ospita il Rettorato e la Biblioteca Universitaria, si trova sulla sinistra provenendo da Piazza Duomo e deve l’aspetto attuale a diversi rifacimenti causati da diverse catastrofi naturali.

Eretto negli stessi anni della fondazione universitaria, venne duramente colpito sia dal terremoto del 1693, sia da quelli del 1785 e 1818, che portarono a correzioni nell’ aspetto esterno. Alcuni fra i maggiori architetti del XVIII e XIX secolo si dedicarono alla progettazione dell’edificio, fra questi  Vaccarini, e Francesco ed Antonino Battaglia, padre e figlio.

Secondo fonti documentali, Vaccarini era nel 1729 il Soprintendente e Capo Maestro della fabbrica dell’Università e diresse i lavori fra il 1730 ed il 1759, quando gli succedette Francesco Battaglia. Vaccarini disegnò un edificio dalle linee eleganti e funzionali, con un ampio cortile interno che doveva fungere da chiostro.

Questo si caratterizza per l’elegante decoro in ciottoli, incorniciato da un portico a due piani, originariamente previsto in archi e colonne.  Nel 1730, però, l’architetto cambiò idea optando per l’utilizzo di pilastri al primo ordine e semicolonne nel secondo. Questa modifica rispondeva alla bisogno di una maggiore stabilità per l’edificio in caso di nuovi eventi sismici. Il palazzo, che oggi occupa un intero isolato, subì una successiva trasformazione dopo il 1785 quando, a causa di un evento sismico, l’architetto Francesco Battaglia modificò la facciata opponendovi un contromuro. Stessa tecnica adopererà nel 1818 il figlio Antonino per la modifica dei prospetti laterali. Il primo piano dell’edificio ospita la Biblioteca Universitaria, che conserva più di 200.000 volumi, alcuni dei quali risalenti alla fondazione dell’Università, e l’Aula Magna. Questa è stata affrescata da Gian Battista Piparo e rivestita di damasco. Sfondo alla cattedra è il grande arazzo con lo stemma degli Aragona, fondatori dell’Università.

Il palazzo si affaccia sulla piazza omonima, caratterizzata dalla presenza di 4 candelabri in bronzo, realizzati nel 1957 dal maestro Mimì Maria Lazzaro e dello scultore Domenico Tudisco. I candelabri raffigurano quattro leggende della storia di Catania, in ordine cronologico: la leggenda dei fratelli Pii, Colapesce, il paladino Uzeda e Gammazita. La prima storia racconta come, in epoca greca, i fratelli Anapia e Anfinomo portarono in salvo i propri genitori da un’eruzione vulcanica (storicamente attestata) portandoli in spalla. La seconda storia narra di un giovane, Colapesce, in grado di nuotare “come un pesce”, e che reggerebbe la Sicilia sott’acqua. Anch’essa di epoca federiciana, la storia del paladino Uzeda celebra la vittoria sui Giganti Ursini che abitavano l’omonimo castello. La leggenda di Gammazita, infine, è legata alla resistenza siciliana durante i Vespri antifrancesi.

Palazzo Valle

Non troppo distante dalla chiesa della Badia di Sant’Agata, anche Palazzo Valle è opera di Vaccarini. L’edificio appartiene al gruppo di palazzi urbani costruiti dentro mura e che occupavano un intero isolato: il palazzo si estende fra via Vittorio Emanuele, via Landolina, via Valle e via Leonardi.

La costruzione del palazzo fu voluta da Pietro La Valle e si concluse, fra alterne vicende, solo nella seconda metà del XIX secolo.  A causa di frequenti passaggi di proprietà, però, il palazzo non subì opere di mantenimento e cadde in disuso dopo aver avuto diverse destinazioni d’uso.

Dal 2004 il palazzo è la sede della Fondazione Puglisi Cosentino, che ha acquistato da Asmundo Zappalà di Gisira il palazzo rendendolo luogo di valorizzazione dell’arte contemporanea. La Fondazione occupa la corte interna, il secondo e terzo piano dell’edificio. L’atrio d’ingresso ospita due installazioni permanenti, una di Giovanni Anselm e l’altra di Jannis Kounellis, esponenti dell’arte povera.

Originariamente, il palazzo era composto da un piano terra destinato a botteghe, un ammezzato in comunicazione con le botteghe sottostanti e con le scale di servizio e, sul prospetto principale, un unico piano, il piano nobile, dimora del proprietario. Tale disposizione fu voluta da Vaccarini per richiamare l’attenzione dell’osservatore sulla parte di edificio prospiciente alla strada, ubicandovi i vani di rappresentanza, che rispettano con i loro balconi la prestabilita spaziatura esterna.

La facciata presenta vari ordini compositivi e si caratterizza per le grandi fasce che danno ritmo all’edificio. Il ritmo delle aperture al centro è più serrato e richiama l’attenzione sul  balcone centrale.

Anche i pilastri d’ingresso, nella parte superiore, rimandano al balcone centrale attraverso mostre e contromostre. Sul balcone, al centro del frontone spezzato si trova lo stemma della famiglia Valle Gravina.

La conformazione degli elementi decorativi, concentrati nella parte centrale e l’esaltazione del portale d’ingresso collegato al balcone sovrastante, richiama la struttura architettonica delle ville nobiliari di Bagheria, vicino Palermo, ad eccezione dell’uso delle scale simmetriche di accesso.

La pietra calcarea chiara spicca sull’ intonaco scuro del fondo, mentre tutta la costruzione elegantissima nei particolari raggiunge effetti di fasto e di robustezza, che sembrano confermare la solidità economica e la nobiltà della famiglia proprietaria oltre che la capacità architettonica di Vaccarini.

Castello di Motta S. Anastasia

Costruito a scopo difensivo dal Gran Conte Ruggero I d’Altavilla, il castello di Motta Sant’Anastasia è il più piccolo dei tre dongioni della valle del Simeto. La sua pianta è di 8,50 x 17 metri e raggiunge i 20 metri di altezza disposti su tre piani, collegati da scale a pioli retrattili in legno. Il piano terra era l’alloggio della guarnigione, mentre il primo piano era destinato al comandante. Le murature vennero realizzate col sistema dell’opus incertum, mentre i cantonali in conci.  Di particolare fattura è la copertura ogivale dell’ultimo piano, che poggia sua una arcata mediana. Nella copertura a terrazza è ancora visibile la merlatura originaria, composta da sette merli per i lati lunghi e due per quelli corti. Il dongione è protagonista ogni estate della festa medievale, durante la quale viene rievocata la storia della cittadina, grazie alla partecipazione dell’intera cittadinanza.

Dal 2010 è sede del Museo Storico, che racconta la storia del castello e del paese di Motta Sant’Anastasia attraverso video ed immagini.

Castello normanno di Adrano

Il castello di Adrano appartiene alla rete difensiva della valle del Simeto voluta, in epoca normanna, dal Gran Conte Ruggero I d’Altavilla. Il castello, in pietra lavica, è a pianta rettangolare e la sua altezza supera i 30 metri, rappresentando il dongione più alto fra quelli della zona del Simeto. Il castello è composto da quattro piani più il pianterreno. Nei primi due piani erano presenti volte a botte e a crociera, mentre al secondo e terzo piano i soffitti erano originariamente in legno.

Attraversando la scala scavata nel muro si accede al primo piano. Qui si trovano due saloni: quello meridionale e quello settentrionale. Quest’ultimo è illuminato da due ampie monofore e una piccola finestra ogivale, in corrispondenza  con le feritoie del piano terra. Anche il secondo piano è diviso in due ampi vani, divisi in direzione est – ovest. Nella stanza a nord, nelle mura, si distinguono le nicchie ed i ripostigli che suggeriscono l’uso residenziale degli spazi. Il vano meridionale, invece, venne a sua volta suddiviso per ricavarne una piccola cappella di circa 7 metri di lunghezza e 4 di larghezza.

Area archeologica Santa Venera al pozzo

L’area fa parte del Parco Archeologico della valle delle Aci e comprende edifici termali di epoca romana ed edificazioni greche, soggette a modificazioni successive. Deve il suo nome al fatto che Santa Venera, in epoca romana, venne qui decapitata e la sua testa gettata nel pozzo delle acque termali, ritenuto per questo miracoloso. La presenza di numerose sorgenti d’acqua ha favorito gli insediamenti già nell’età del rame. Come attestano diversi ritrovamenti di statuette fittili, intorno al V sec. a.C. il sito divenne un centro di culto di Demetra e Kore, dee della fertilità. La traccia più importante della presenza greca è la Casa del Pithos, datata IV sec. a.C.. Le terme furono impiegate soprattutto in epoca imperiale. Si distinguono tre fasi edilizie, che vanno dal tardo ellenismo fino al IV sec. d.C.. Le terme erano costituite da ambienti differenti tra di loro collegati: il primo era deputato alla pubbliche relazioni, cui seguiva lo spogliatoio. Seguivano il <frigidarium, il tepidarium ed il calidarium. Negli ultimi due ambienti è ancora visibile la caratteristica volta a botte. Nel calidarium, per evitare dispersione termica, le pareti avevano una bordatura in battuto di coccio.

Museo regionale della ceramica di Caltagirone

Secondo solo al Museo di Faenza, il museo della Ceramica di Caltagirone è stato inaugurato nel 1965 ed ospita oggi più di 2000 reperti che raccontano la storia dell’arte ceramica dal IV millennio a.C. ai giorni nostri. E’ ospitato in un edificio degli anni ‘50, in pietra calcarea, il cui ingresso è preceduto da un armonico portico ad arcate sostenute da pilastri e colonne.

Il museo si compone di sette sezioni, dedicate alla didattica ed alle differenti epoche di produzione. Nella prima sala troviamo le ceramiche dall’ epoca protostorica fino alla bizantina. La seconda sala è il patio dei modellini dei forni medievali, in cui si trovano le riproduzioni di due delle quattro fornaci medievali rinvenute ad Agrigento e risalenti al periodo arabo ed angioino – aragonese. Anche la terza sala riguarda il medioevo, con l’esposizione di ceramiche siculo arabe datate dal V al XV sec.. Seguono l’ala rinascimentale, con maioliche prodotte a Caltagirone e di uso domestico, e la sala barocca, che ospita ceramiche di uso religioso. L’ultima sala è dedicata alla maiolica siciliana fra il XVII ed il XIX secolo.

Museo civico casa del nespolo – Acicastello

La casa del Nespolo è una tipica abitazione trezzota della metà del XIX secolo e, si dice, sia la casa in cui visse Padron ‘Ntoni, protagonista del romanzo di Verga I Malavoglia. Anche se non ci sono dati storici che attestino con certezza questo dato, il Museo Civico Casa del Nespolo conserva ancora l’atmosfera e le ambientazioni dei romanzi del verismo siciliano. La casa è composta da due stanze: la prima immerge nelle atmosfere del film La terra trema, girato ad Aci Trezza da Luchino Visconti, tramite proiezioni multimediali e oggetti di scena e strumentazioni provenienti dal set. La seconda stanza è un viaggio indietro nel tempo. Arredata come fossimo ancora nel XIX secolo, è possibile vedere come vivevano i pescatori nell’ ottocento e si trova anche piccola collezione di lettere e fotografie di Giovanni Verga.

Castello di Calatabiano

Il Castello di Calatabiano sorge sulla collina detta Monte Castello, da cui si vedono l’Etna, Taormina e la valle dell’ Alcantara. Il nome deriverebbe dall’ arabo Kaalat al Bian, che significa Castello di Bian. L’origine del nome ha fatto pensare a lungo che il castello fosse proprio di epoca araba, ma recenti scavi archeologici ed i reperti rinvenuti hanno retrodatato la fondazione del sito fino al V sec. a.C., durante la prima colonizzazione greca. Benchè il castello sia una stratificazione di epoche storiche differenti (greca, bizantina e spagnola), esso è legato alla famiglia Cruyllas, che qui visse fra il 1396 ed il 1450.

L’ingresso al cortile è da un portale a sesto acuto con conci lavici di pietra arenaria. Gli ambienti principali sono la sala Cruyllas, la sala d’armi e la cappella. La sala Cruyllas era il salone delle feste. Vi si accade da un arco in pietra calcarea di Siracusa in cui ancora è visibile lo stemma della famiglia e che divide la sala in due aree. Nella sala d’armi, oggi, è conservato lo scheletro attribuito a Giovannello Cruyllas, figlio di Giovanni, fra gli ultimi signori del castello. Delle mura di cinta è rimasto l’intero perimetro e resti di merlature guelfe. Nella parte centrale del mastio vi è una pusteria, un’apertura che consentiva l’uscita d’emergenza sul pendio ripido del monte.

Castello svevo di Randazzo e museo archeologico Paolo Vagliasindi

La Torre-Castello di Randazzo è l’unica ancora visibile fra le torri dell’antica cinta muraria cittadina. Di età normanna, sotto il regno di Filippo II di Spagna fu adibito a carcere. Ancora oggi sono distinguibili diversi ambienti, quali la camera della tortura, la galleria dei teschi ed il pozzo detto “dei sepolti vivi” poiché qui i detenuti venivano gettati ancora vivi. Oggi il castello è un centro culturale e ospita il Museo Archeologico “Paolo Vagliasindi”, dal nome del proprietario del fondo in cui, alla fine del XIX secolo, venne ritrovata gran parte dei reperti oggi esposti. Il museo consta di sei sale espositive, di cui la più importante è sicuramente quella dedicata all’ Oinochoe Vagliasindi. Si tratta di un vaso simile ad una brocca, datato V sec. a.C. decorato a figure rosse, che raffigura il mito delle Arpie punite dai Boreadi per aver infastidito il re Fineo.

Castello di Paterno’

Il Castello di Paternò sorge su un’alta rupe di origine basaltica che sovrasta il paese. Data la posizione panoramica, è possibile ammirare i diversi paesaggi che caraterizzano il territorio circostante, dalla piana di Catania al vulcano Etna. Esso è il più grande dei tre castelli della valle del Simeto che, secondo la tradizione, vennero fatti edificare dal Gran Conte Ruggero I d’Altavilla per difendere la valle. Tale tradizione sarebbe avvalorata anche dall’aspetto simile dei tre dongioni: massicci ed eretti su rupi basaltiche isolate dagli abitati. Anche la tecnica costruttiva è la stessa: pietrame lavico irregolarmente rinserrato da cantonali in pietra da taglio. Nonostante queste similitudine costruttive, il torrione di Paternò presenta una particolare bicromia, dovuta agli inserti della pietra calcarea in quella lavica, non presente nei dongioni di Adrano e Motta Sant’Anastasia.

Tre sono i livelli del castello, compreso il piano terra. Al livello più basso, suddivisi da due muri che si intersecano a croce latina, troviamo cinque vani, fra cui un ampio salone, il vestibolo, la gendarmeria e la cappella dedicata a San Giovanni Battista. Quest’ultimo ambiente è decorato con diverse pitture murali e decorazioni parzialmente visibili ma che lasciano intuire un legame decorativo con la Cappella Palatina di Palermo. Al primo piano c’è il salone di rappresentanza, gli alloggi del castellano e le cucine. Da questo piano era possibile accedere alla prima torretta di guardia.  Alla seconda torretta si accedeva invece dall’ ultimo piano, dove troviamo anche le sale da letto dei sovrani che qui soggiornarono, come Federico II ed Eleonora d’Angiò, e la galleria. Questa, detta La Loggia, si caratterizzava per la volta ogivale, ed era illuminata da due ampie bifore bicrome. Nei piani più elevati, grazie alla posizione favorevole, il castello era adoperato come osservatorio astronomico.

Scala Santa Maria del monte a Caltagirone

La Scala di S. Maria del Monte, chiamata anche Scala di San Giacomo, è  composta da 142 gradini ed ha un dislivello di 45 metri. La larghezza è di circa 8 metri ed è lunga circa 130 metri. Essa venne realizzata nel 1606, in conseguenza della crescita urbana della città ed il bisogno di collegare la città vecchia, dove c’è la Chiesa Madre, con la parte nuova, dove si esercitava il potere civile  e dove sorgevano le attività economiche.  I lavori di realizzazione durarono più di 10 anni e furono diretti da Giandomenico Gagini, pronipote di Antonello Gagini, noto scultore del rinascimento siciliano.

Le caratteristiche maioliche policrome che caratterizzano la scalinata vennero aggiunte nel 1956. Ogni maiolica riproduce motivi adoperati dai maestri maiolicari siciliani fra il X ed il XX secolo, ordinati in ordine cronologico di realizzazione dei motivi. La scalinata venne dunque suddivisa in 10 settori (un settore per ogni secolo), composti da 14 gradini ciascuno con raffigurazioni in stile arabo, normanno, svevo, angioino – aragonese, chiaramontano, spagnolo, rinascimentale, barocco, settecentesco, ottocentesco e contemporaneo.
Annualmente la scalinata è protagonista di due importanti eventi, in concomitanza con le festività che danno il nome a questo luogo. A maggio, per la festa della Vergine Maria, la scalinata viene decorata con migliaia di fiori e piante che formano disegni che la “infiorano” interamente.  Alla festa dell’Infiorata, segue, il 24 e 25 luglio, quella della “luminaria”, in onore di San Giacomo. In questo caso la scalinata viene illuminata da migliaia di luci che, la sera, brillano per l’intera gradinata come fossero un grande fuoco, donando un risultato altamente scenografico.

Porta Ferdinandea

La porta Ferdinandea è un arco trionfale costruito nel 1768, inaugurato in occasione delle nozze fra Ferdinando I re delle due Sicilie e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena. Oltre che a motivi ornamentali, l’arco rispondeva alla necessità urbanistica di creare un asse visivo che unisse la Cattedrale di Sant’Agata con le vie di collegamento fra il centro e le periferie.  Conosciuto dai residenti come Fortino, deve questa denominazione alla vicinanza con un’antica costruzione militare di cui è rimasto solo un arco in fondo a via Sacchero. Cambiò ufficialmente denominazione dopo  l’unità d’Italia e dedicata all’ eroe dell’unificazione Giuseppe Garibaldi, che da questo luogo pronunciò la celebre frase “O Roma, o morte”.  Il cambio di denominazione fu seguito dalla variante all’ antica dedica che celebrava i principi borbonici e le parole optimo principi, vennero soppresse. Sul frontone rimase solamente la dizione, ancora oggi visibile, S.P.Q.C. – aedilium cura – MDCCLXVIII, che ricordava la fondazione dell’arco. Sempre sul prospetto occidentale, rispettivamente sulla destra e sulla sinistra, sono visibili anche due frasi che rappresentano lo spirito cittadino: armis decoratur e literis armatur, cioè Catania “Si arma con le lettere, si adorna con le armi”. Si dice che gli stemmi furono qui impressi per volere dei due principi, Giovanni Rosso di Cerami e Ignazio Paternò Castello, che promossero la costruzione dell’arco. Essi affidarono i lavori agli architetti Ittar e Battaglia, protagonisti della rinascita barocca della città etnea. L’opera venne realizzata in pietra nera, originaria dell’Etna, e bianca, di Siracusa, creando un’affascinante bicromia visiva.

Al centro, in alto, l’arco sostiene un piedistallo sagomato che sorregge la decorazione scultorea formata da elementi festosi e dall’elefante, simbolo cittadino. Più in alto si trova l’orologio con l’ aquila borbonica. Qui è impresso il motto catanese melior de cinere surgo, che ricorda come la città di Catania, più volte distrutta da terremoti ed eruzioni dell’Etna, abbia sempre trovato la forza di rinascere dalle proprie ceneri più bella e forte.